Cervelli in fuga: gli “emigranti” con la laurea aumentati del 41%
Fra le ragioni dell’espatrio la difficoltà nell’accedere al lavoro. Il titolo di studio in Italia non garantisce migliori opportunità
roma. Non si ferma la fuga di cervelli dall’Italia. Anche se nel Belpaese è in aumento la quota di giovani laureati, è in aumento costante la scia dei ben istruiti che decidono di lasciare il Paese in cerca di migliori opportunità.
Il quadro che emerge dal Referto sul sistema universitario 2021 della Corte dei conti delinea un generale peggioramento: in 8 anni – ovvero dal 2013 – i cervelli in fuga sono aumentati del 41,8%. La Corte spiega che il fenomeno è riconducibile sostanzialmente a due motivi. Il primo è la difficoltà di entrata nel mercato del lavoro dei giovani italiani. Non a caso secondo gli ultimi dati Istat, relativi allo scorso febbraio, la disoccupazione giovanile si attesta al 31,6%. Inoltre, prosegue la Corte di Conti, il possesso della laurea non offre – come invece avviene in area Ocse – possibilità d’impiego maggiori rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore. E le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più laureati a lasciare il Paese.
La fuga di cervelli ha inizio anche prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Secondo quanto osservato dalla Corte dei Conti, infatti, tra i fattori di mancato accesso o abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani a basso reddito vi sarebbero – oltre che a fattori culturali e sociali – anche un’elevata spesa da parte delle famiglie per mantenere i figli agli studi. Una spesa che, evidenzia ancora l’organo costituzionale, grava quasi per intero sul nucleo familiare a differenza di molti altri Paesi europei, dove sono previste forme di esonero dalle tasse o di prestiti, o comunque di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno ricchi.
Per la magistratura contabile proprio questo è un aspetto che richiede un’opera di aggiornamento e completamento delle leggi nazionali per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio. Secondo la Corte si potrebbero così ridefinire i livelli essenzali delle prestazioni (Lep) e l’attivazione di strumenti per incentivare e valorizzare il merito studentesco. In più, la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità nel settore. Risultano, poi, ancora poco sviluppati i programmi di istruzione e formazione professionale, le lauree professionalizzanti in edilizia e ambiente, energia e trasporti, ingegneria, e mancano i laureati in discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione. —
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