Quando il Covid lascia senza forze Affanno e stanchezza per oltre sei mesi
Circa 600 i pazienti accolti nelle lungodegenze del Delta e di Cento Il 30% entrato in ospedale autonomo ha bisogno di riabilitazione
l’analisi
Guarire dal Covid non sempre significa aver chiuso i conti con la malattia. Per una quota non irrisoria di pazienti la sofferenza non si conclude con il tampone negativo, perché l’infezione - unita a lunghi periodi di immobilità forzata - nel frattempo ha logorato l’organismo, debilitandolo con effetti non dissimili da un pesante ciclo di chemioterapia. Gli strascichi possono durare anche sei mesi, e non a caso si parla di “Long Covid ” per indicare la presenza di postumi pesanti e prolungati nel tempo.
Uno dei punti di osservazione di questo fenomeno sono le Lungodegenze Covid degli ospedali del Delta e di Cento, dove dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono stati presi in carico quasi 600 pazienti: «A Lagosanto, ospedale Covid fin dalla prima ondata, sono transitati circa 400 pazienti, di cui 150 solo dall’inizio di quest’anno; altri 180 sono stati invece presi in carico a Cento», spiega la dottoressa Candida Andreati, direttrice delle Lungodegenze dell’azienda Asl. È proprio nelle Lungodegenze Covid che vengono ricoverate quelle persone «che hanno bisogno di proseguire le cure in reparto. C’è un’importante quota di pazienti che accusa problemi che possono durare fino a sei mesi, come astenia e stanchezza. Le persone ricoverate nelle Lungodegenze Covid sono soprattutto anziani con altre malattie, che sono peggiorate con l’allettamento e dopo una lunga permanenza nei reparti per acuti».
Le conseguenze più pesanti riguardano coloro che sono rimasti per molto tempo in Terapia Intensiva, dove la degenza media difficilmente dura meno di tre settimane. Periodo durante il quale «i pazienti restano in posizione prona; è come restare per tre settimane e oltre ingessati dalla testa ai piedi, immobili, e da qui un’importante perdita di massa muscolare».
La battaglia contro il Covid li lascia senza forze, debilitati e dimagriti, «al punto che hanno bisogno di fare riabilitazione: prima per riuscire a riconquistare la posizione seduta, e poi per rimettersi in piedi».
La maggior parte dei pazienti accolti nelle Lungodegenze è anziana, ma non sono mancati cinquantenni e sessantenni. «Una volta estubati - prosegue Andreati - tornano a respirare, ma gli aspetti peggiori sono la perdita di forza e l’importante calo di massa muscolare. Lo stato di debilitazione è tale che molti pazienti non sono nemmeno in grado di mangiare da soli. Le altre complicanze, come ematomi, sanguinamenti, perdita del gusto e dell’olfatto, si risolvono da soli, il problema grosso è la profonda debilitazione».
Astenia, affanno, affaticamento, oppressione al petto, palpitazioni, insonnia. Un’impresa compiere pochi passi, per non parlare delle scale. Ma anche, di conseguenza, ansia e depressione. È questa la spaventosa eredità del Long Covid, «un’esperienza devastante - va avanti la direttrice delle Lpa Asl - Almeno tra il 20 e il 30 per cento delle persone che erano entrate in ospedale completamente autonome ha poi avuto bisogno di un lungo tragitto di riabilitazione. Un altro 30-40 per cento ha avuto qualche problema di autonomia, poi c’è una piccola parte che non ha bisogno di riabilitazione».
Il recupero dipende anche dalle condizioni individuali, con la strada in salita per coloro che anche prima di ammalarsi avevano una attività motoria ridotta. Il problema ha toccato anche molti anziani asintomatici, nei quali il Covid ha comunque agito da “guastatore” rispetto a patologie già presenti. La riabilitazione è progressiva, attraverso la fisioterapia: «Il primo step è ritornare in posizione eretta, poi si inizia a camminare con il girello o il deambulatore. La riabilitazione in ospedale dura venti giorni, un mese, fino a che non viene raggiunto un sufficiente livello di autonomia, e poi il paziente prosegue il recupero a casa. Uno dei momenti più belli - conclude Andreati - è stato “ restituire” alla famiglia un paziente di 95 anni, che non aveva mai perso la lucidità». —
Alessandra Mura
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