Con in pugno la pistola appartenuta al padre ha scelto a caso le vittime
ARDEA (RM). È uscito di casa domenica mattina con felpa, zainetto e guanti, tenendo in pugno la pistola con cui poi ha ucciso i due fratellini Fusinato e Salvatore Ranieri. È questa la prima ricostruzione degli investigatori della tragedia che si è consumata ad Ardea, alla porte di Roma. Andrea Pignani, l’uomo che si è poi tolto la vita dopo essersi barricato nella sua casa di Colle Romito, ha colpito le prime persone che ha trovato sul proprio cammino. Ha sparato ai due piccoli David e Daniel, 5 e 10 anni, e poi al 74enne, che era in bicicletta e si sarebbe fermato per soccorrere i bambini. Questo è quanto sarebbe accaduto, ma sono ancora molti i punti oscuri su cui stanno indagando i carabinieri coordinati dalla procura di Velletri, primo fra tutti il mistero della pistola custodita senza permesso da Pignani. Il 35enne, ingegnere informatico, infatti sembra aver nascosto l’arma, una Beretta modello 81 calibro 7,65, di proprietà del padre – che fino al 1986 era stato una guardia giurata – morto diversi mesi fa. Anche su questo gli investigatori vogliono vederci chiaro e non è escluso che la madre dell’omicida-suicida venga indagata per detenzione abusiva di arma. «Non la trovavamo», si sono giustificati i parenti, riferendosi alla pistola.
Altro mistero da svelare è lo stato di salute di Pignani. Agli atti della Procura figura solamente una lite in ambito familiare, verificatasi con la madre l’11 maggio 2020, che ha reso necessario l’intervento di una pattuglia di carabinieri e il successivo trasporto al Pronto Soccorso del Nuovo Ospedale dei Castelli di Ariccia dove Pignani era giunto in stato di agitazione psicomotoria. Il 35enne in quella occasione era stato sottoposto a consulenza psichiatrica e dimesso la mattina dopo con diagnosi di “stato di agitazione - paziente urgente differibile che necessita di trattamento non immediato”. A seguito di ciò, conferma la stessa procura «dagli accertamenti eseguiti non risultano ulteriori denunce o segnalazioni a suo carico né che l’omicida fosse in cura per patologie di carattere psichiatrico né tantomeno che fosse in possesso di certificazione medica rilasciata da strutture sanitarie».
Una cosa è certa, come conferma l’avvocato dei familiari dei due bimbi uccisi, Diamante Ceci: «I miei assistiti non conoscevano l’omicida e non lo avevano mai visto prima e che non c’è stata alcune lite come riferito da qualche fonte non attendibile». La famiglia chiede comunque chiarezza alle istituzioni che in questa vicenda «sono state incapaci di tutelare due bambini che erano al parco». L’avvocato Ceci conferma anche un’altra circostanza: «Cinque minuti prima della sparatoria una pattuglia dei carabinieri era andata a controllare che il mio assistito Domenico Fusinato stesse in casa a rispettare l’ordinanza di custodia ai domiciliari. Il controllo è avvenuto quando i due piccoli si trovavano già al campetto con le biciclette. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
