«Senza cracking e pipeline niente chimica del futuro»
Ferrara (Cds): a rischio il modello industriale più innovativo di riciclo della plastica Chiarioni (Cgil): ricadute negative sulla continuità della fornitura, costi e qualità
Il più importante sito industriale della città e uno dei maggiori della provincia, realtà locale tra le più note nel mondo per la capacità di innovazione e di ricerca dimostrata negli ultimi decenni, rischia di lasciare campo libero alla concorrenza straniera dopo aver iniziato a perlustrare uno dei fronti più promettenti della chimica contemporanea. L’orizzonte delle bioplastiche, la green economy, l’economia circolare e del riciclo, sono i nuovi versanti su cui questo settore industriale ha iniziato a incamminarsi per dare un futuro a un’area produttiva che, a Ferrara, occupa direttamente quasi 1.800 addetti, muove un giro d’affari di quasi 6 miliardi di euro, può contare sul potenziale garantito dal centro ricerche Natta, sull’insediamento di alcune multinazionali leader di settore, su un patrimonio di 11mila brevetti, oltre la metà dei quali sono stati depositati nel grande distretto industriale di via Marconi, come ha ricordato ieri il ricercatore del Cds, Riccardo Galletti.
Eppure l’annuncio che gli impianti del cracking di Porto Marghera verranno dismessi a partire dalla primavera del 2022, come hanno dichiarato nel marzo scorso Eni e Versalis, continua ad allungare un’ombra cupa e di grande incertezza sulle prospettive del sito ferrarese che viene alimentato da materie prime trasportate dalla pipeline di Porto Marghera. Come Ferrara tremano anche Mantova e Ravenna, gli altri due spigoli industriali del quadrilatero padano della chimica che sfruttano lo stesso canale di distribuzione. Ieri il caso è stato trattato dalla 4ª Commissione consiliare che tra le sue competenze ha ambiente e sanità.
astabilità al territorio
Il tema è di stretta attualità per diversi motivi: perché in Italia stanno per affluire i fondi del Piano di resistenza e resilienza (Pnrr), che in Italia può contare su importi di tutto rilievo, e perché ormai in tutto il mondo si parla di transizione ecologica. Ieri però chi si aspettava un qualche aggancio, durante i lavori della commissione, con le aspettative create dal Pnrr è rimasto un po’ deluso. Delle possibilità offerte dal piano di fatto non si è parlato. Relatori e consiglieri si sono soffermati su ciò che rischia di perdere questa parte del Paese e l’economia nazionale. I numero della chimica sono importanti: 4.300 imprese, 110mila addetti diretti, 277mila occupati nell’indotto, una produzione che in buona parte finisce all’estero. «Se l’approvvigionamento delle materie prime avverrà via nave e da Paesi lontani saranno a rischio «la continuità della fornitura, la qualità e purezza del prodotto, la possibilità di mantenere sotto controllo i costi» ha detto il sindacalista della Filctem/Cgil, Fausto Chiarioni. Il ricercatore del Cds, Giuseppe Ferrara, ha sottolineato che la provincia può perdere l’occasione di poter sfruttare uno dei balzi in avanti della ricerca, compiuti proprio a Ferrara, dove si sta sperimentando il riciclo chimico della plastica, la sua riduzione ai componenti di base per poi riprodurla e riutilizzarla, magari in forma bio o green. La direzione di marcia è superare l’idea della plastica come nemico dell’ambiente, ma investendo nella transizione ecologica, ha affermato Tommaso Mantovani. Per il deputato Vittorio Ferraresi puntare su una «chimica diversa» è una chance per dare «stabilità» al territorio estense. —
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