Accusata di truffa al Comune L’ex bibliotecaria è stata assolta
Donatella Mazzanti non lavorò nel ristorante del compagno mentre era malata Il suo avvocato: «Dopo tre anni di sofferenze, le è stata restituita piena dignità»
Fabio Terminali
PORTOMAGGIORE. Assolta perché “il fatto non sussiste”. Nell’estate del 2017 non stava lavorando nel ristorante di proprietà del compagno mentre era in malattia. È stata scagionata con formula piena dall’accusa di truffa aggravata ai danni del Comune di Portomaggiore, l’ente per cui è stata dipendente per quasi trent’anni prima di andare in pensione alla fine di marzo, l’ex bibliotecaria Donatella Mazzanti.
Ieri mattina l’imputata era presente nell’aula del tribunale di Ferrara quando il giudice Andrea Migliorelli ha letto la sentenza, con cui ha rigettato la richiesta di condanna alla pena di un anno e sei mesi che era stata formulata dal pubblico ministero Isabella Cavallari. «Siamo ovviamente molto soddisfatti – ha detto il legale della donna, Michele Manfrini –. Abbiamo ristabilito la verità su una vicenda che aveva prostrato la mia assistita per tre anni, con una serie di accuse ingiuste. La sentenza del giudice è stata chiara».
le accuse sfumate
I fatti risalgono a quattro anni fa. La donna, 61 anni da compiere in settembre, si era messa in malattia a giugno, sulla base di una certificazione medica che constatava sul suo fisico i sintomi dell’osteomielite, un a grave infiammazione a una gamba. Patologia che richiede riposo assoluto. Invece, ed era questo il punto su cui faceva leva l’accusa, la dipendente comunale era stata vista da più persone, da luglio sino alla fine di agosto, quindi in piena malattia, lavorare all’interno del ristorante che all’epoca era di proprietà del marito, Il Laghetto di Gualdo. Servendo i caffè dietro al bancone, anche a due finanzieri.
«Nulla di tutto questo si è rivelato vero – spiega l’avvocato Manfrini – e diverse testimonianze si sono rivelate incongruenti. La Mazzanti in quel periodo soffriva di depressione e le era stato suggerito, per stare in compagnia, di andare al ristorante. Ma non ha mai aiutato nella gestione del locale, come si è dimostrato». La donna doveva anche fronteggiare un’aggravante, il reato di induzione al falso certificato medico. «Sono stati ascoltati due medici in aula e hanno affermato di non essere stati indotti a fare nulla», dice il legale.
Nel procedimento penale si era costituito parte civile il Comune di Portomaggiore, che in passato aveva messo sotto procedimento disciplinare la dipendente. «Ora finalmente – conclude Manfrini – alla mia assistita è stata restituita piena dignità». —
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