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Ex docente Unife morì per Covid «Archiviazione per i due medici»

Ex docente Unife morì per Covid «Archiviazione per i due medici»

Il gip Giacomelli: nessuna responsabilità nel decesso dell’anziano  La decisione diventa un “precedente “ giudiziario per queste indagini 

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La sentenza

Era morto il giorno dopo aver fatto il tampone a domicilio, richiesto dal proprio medico di base per sapere se la tosse secca che lamentava da una settimana e la febbre comparsa nell’ultimo periodo potevano essere i sintomi del Covid-19. Non era stato ricoverato, né sottoposto a cure specifiche. Per questo, dopo il decesso dell’anziano – un ex docente universitario 80enne scomparso il 6 novembre 2020 a Ferrara – la famiglia presentò un esposto e vennero indagate per omicidio colposo due dottoresse: il medico curante, una 61enne ferrarese e una 32enne, medico Usca-Asl che aveva effettuato il tampone. Le accuse però sono cadute con l’archiviazione del gip Vartan Giacomelli. Che nel rigettare la richiesta di ulteriori indagini presentata dai familiari del defunto, ha ricordato le modifiche alla normativa che hanno allentato le maglie della responsabilità penale degli operatori sanitari: ora – così ha ricordato il magistrato nel decreto – decessi o lesioni legati all’emergenza sanitaria sono punibili «solo» in caso di colpa grave, come indicano i nuovi protocolli giudiziari.

Inoltre, dall’autopsia eseguita dai medici legali Borderi e Fedeli è emerso che l’anziano prima che iniziasse a lamentare i sintomi sospetti del Covid, avesse un trombo di «enormi dimensioni» formatosi da «molti giorni» che lo aveva condotto al decesso. A nulla sarebbe servita la somministrazione di eparina, unica terapia prescrivibile per contrastare sintomi aggravati. Le due dottoresse poi si erano comportate correttamente: il medico di base (assistita dall’avvocato Stefani) aveva subito avviato la richiesta di tampone dopo aver visitato il paziente, il 2 novembre; l’altro medico (difesa dai legali Cicognani e Mancuso) aveva eseguito il test a domicilio, tre giorni dopo. Ricovero e medicinali non l’avrebbero salvato, rimarca il giudice scrivendo che una «eventuale condotta alternativa non avrebbe evitato il decesso del paziente»; valutazione sulla base di «un giudizio prognostico di tale elevata probabilità da rasentare la certezza».

I familiari, tutelati da Giovanni Polizzi, avevano segnalato il fatto sostenendo che i due medici avrebbero potuto ricoverarlo o tenerlo monitorato. Ma la loro condotta, secondo il magistrato, fu corretta. Ricordando che la pandemia «ha messo sotto grande pressione i professionisti sanitari», imponendo «scelte drammatiche» e costringendoli «a lavorare secondo moduli organizzativi emergenziali», sottolinea che le nuove misure urgenti in materia di gestione della pandemia riguardano anche la giustizia: per condannare un operatore sanitario in questo contesto, scrive, «la colpa professionale necessita di riscontri concreti ed evidenti circa la violazione di raccomandazioni previste da linee guida». Violazioni, conclude, di cui «nel caso in esame non vi è traccia». –

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