«Non ho mai creduto al suicidio Ora è il momento della verità»
Simoni, ex portiere e compagno di squadra di Denis, ricorda l’amico Il giocatore: era un grande, la sua morte fu un colpo al cuore
l’intervista
«Qui l’ergastolo è toccato a Donata e alla sua famiglia. Come fai a vivere per trent’anni senza sapere la verità? Ora spero che venga fatta giustizia una volta per tutte». Luigi Simoni, storico compagno di squadra e amico di Denis Bergamini, aspetta dal 1989 di conoscere la verità sulla morte del calciatore di Boccaleone. L’ex portiere comacchiese che divise col centrocampista gli spogliatoi del Cosenza, e che poi proseguì la sua carriera al Pisa e in altri club italiani, non ha mai avuto dubbi sul caso: «“Berga” è stato assassinato».
Chi era per lei Bergamini?
«Denis era il migliore amico di tutti. Un ragazzo solare, allegro e che amava vivere, come disse in una delle sue ultime interviste. Aveva il mondo in mano ed era destinato ad una grande carriera».
Com’era in campo e nella vita?
«Era un grande. In partita era uno di quei giocatori che tutti vorrebbero avere in squadra: eclettico, pronto a sacrificarsi e a farsi in quattro per aiutare i compagni. Fuori, come in campo, era un ragazzo leale e un amico sincero. Era un tipo allegro, sempre pronto a scherzare... era un burlone ma mai sopra le righe. Era proprio un grande».
Quando morì lei era già al Pisa, come venne a saperlo?
«Quel fine settimana ero in trasferta a Reggio Calabria. Mi telefonò la domenica mattina Giuseppe Maltese (all’epoca massaggiatore del Cosenza, ndr) e mi disse che Denis si era suicidato. Fu un colpo al cuore».
E cosa successe?
«Chiesi alla società di lasciarmi libero subito dopo la partita per andare a Cosenza a salutare il mio amico. Andai in campo e giocai la mia partita, ero convinto che fosse quello il modo migliore per rendere omaggio a Denis».
Ricorda quelle ore?
«Come adesso. Entrato in campo vidi che i tifosi della Reggina, acerrimi nemici del Cosenza, avevano attaccato uno striscione con scritto “Onore a Donato Bergamini” e ancora oggi mi viene la pelle d’oca. Poi durante la partita feci la parata più bella della mia carriera, presi una palla difficilissima e sono convinto che fu Denis a darmi lo slancio per arrivare fin là».
Poi ci fu il viaggio in treno e l’arrivo a Cosenza.
«Il tragitto fu lungo e pieno di domande. Non sapevo a cosa pensare, le notizie erano frammentarie e confuse. Avevo un’angoscia fortissima, mi sembrava impossibile. Poi quando incontrai i compagni ed ebbi qualche elemento in più mi sembrò tutto assurdo».
Perché assurdo?
«Denis che abbandona il ritiro con la sua ex Isabella Internò, che dice di volere lasciare il calcio e l’Italia, che si butta sotto un camion... No. “Berga” non è mai arrivato in ritardo ad un allenamento, figuriamoci abbandonare un ritiro. Stanco del calcio? Amava il pallone ed era pieno di energia. Fin da subito c’erano troppe cose che non tornavano».
E i funerali come furono?
«La piazza davanti alla chiesa sembrava uno stadio, c’erano tantissime persone e anche la chiesa era gremita. Dopo il funerale andai allo stadio per parlare con i compagni di squadra, volevo sapere se avevano notato atteggiamenti strani ma tutti mi dissero che al mattino si era comportato come al solito e che al pomeriggio, durante la solita tappa al cinema, si era alzato e se n’era andato. Da quel momento in poi più nulla».
Si è parlato di scommesse e droga. Cosa ne pensa?
«Tutto falso. Denis non fumava nemmeno le sigarette, come avrebbe potuto essere invischiato in fatti di droga? Partite truccate? Non accettava di perdere neanche quando giocavamo a ping pong, come si può pensare che fosse disposto a vendere una partita o a vendersi lui? Ci hanno provato a infangare il suo nome ma non ci sono riusciti».
Cosa si aspetta adesso?
«Giustizia. Sono stati anni dolorosi ma ho sempre visto negli occhi di Donata e di Domizio (il padre deceduto l’anno scorso, ndr) grande determinazione. Non hanno mai smesso di cercare la verità e ora mi auguro che la giustizia dia le risposte che famiglia, amici e tifosi stanno aspettando da quella notte del 1989».
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