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«Il chirurgo? Fattore umano e tecnologia»

Gi.Ca.
«Il chirurgo? Fattore umano e tecnologia»

Il professor Pansini lascia il S. Anna: la disciplina ha fatto progressi stupefacenti ma il Covid ha penalizzato molti pazienti

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«Da quando mi sono laureato, nel 1976, la chirurgia ha fatto progressi stupefacenti, anche grazie alla tecnologia, ma è sempre l’uomo a guidare la macchina. Per quanto mi riguarda comunque non ho dimenticato neanche uno degli insuccessi, quei pazienti accompagnano le mie notti, potrei scrivere la storia di ognuno di loro». Dietro ogni bisturi batte un cuore. Quello del professor Giancarlo Pansini ha battuto in sala operatoria, mentre le mani entravano nel corpo dei pazienti, per quasi mezzo secolo. Dalla laurea sono passati 45 anni e fra pochi giorni, dal primo ottobre, a causa dell’anagrafe (ha compiuto 70 anni a giugno), lascerà il Sant’Anna.

Come esperto riconosciuto nel campo della chirurgia complessa oncologica, in particolare del fegato, del pancreas e delle vie biliari, e come referente in ospedale di questa specialità, rischiava di lasciare un vuoto di competenza e professionalita nell’azienda ospedaliera, che ha arruolato lo scorso febbraio il professor Giorgio Ercolani (Unibo) per formare i nuovi specialisti della disciplina.

Figlio d’arte (il padre, Raffaele, era un patologo ed è stato preside di Medicina), è professore associato di Unife con idoneità di professore ordinario. Non nasconde un rammarico. «Non aver avuto la possibilità di dirigere un reparto per motivi di ordine amministrativo-universitario pur avendo acquisito titoli e competenze – commenta – Sono stato un regnante senza corona, ma il mio lavoro è stato riconosciuto. Mi hanno lasciato mani libere, ho goduto di una notevole libertà e autonomia e l’ospedale non ha fatto mancare le migliori condizioni mettendo a disposizione le risorse, le persone, le professionalità e la tecnologia necessaria per svolgere il ruolo al meglio». Anche restando 10-11 ore in sala operatoria, dove «non bisogna mai perdere la concentrazione» e la fatica si sente magari il giorno dopo quando ci si sveglia «con il mal di schiena».

l’uomo e la macchina

Gli ultimi cinquanta anni sono stati testimoni, ricorda Pansini, di una vertiginosa crescita della chirurgia con risultati «di grandissimo rilievo. Mi chiedo – argomenta il chirurgo – cosa avrebbero potuto fare i precursori della disciplina, che ne hanno definito le basi tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 potendo contare sull’ecografia, sulle Tac più sofisticate, su una radiologia molto meno invasiva, sulle tecnologie digitali». Un avanzamento nelle potenzialità delle macchine «che ha prodotto risultati straordinari – prosegue il professore – la chirurgia ha potuto ottenere grandi successi anche nella lotta ai tumori, grazie ai progressi dell’anestesiologia e all’approccio multidisciplinare con radioterapia e chemioterapia, anche con la riabilitazione. Ma esiti superlativi sono stati ottenuti pure nella chirurgia riparativa (plastiche valvolari, ernie). Mi aspettavo qualcosa in più invece dalla diagnostica perché la malattia non è cambiata e il successo completo si ottiene con la prevenzione e la capacità di previsione. Oggi interveniamo ancora quando il cancro si trova già in uno stato più o meno avanzato». Il fattore umano, la capacità di individuare in anticipo sintomi e segni, «resta centrale».

E il Covid, quanto ha condizionato l’attività in sala operatoria? «Tanto – conclude il professor Pansini – In ospedale si è ridotto il numero dei letti nelle aree riservate ai pazienti non Covid e le liste di attesa si sono allungate. Molte persone hanno ritardato la diagnosi, casi che erano già urgenti si sono aggravati e il paziente ne ha subìto gli effetti negativi».

il futuro

La nuova vita professionale del chirurgo, da “pensionato” del settore pubblico, non esclude un possibile proseguimento dell’ insegnamento universitario «con un incarico gratuito». E l’attività clinica? «Chissà, ora mi concederò una pausa di riflessione – conclude Pansini – Amo la montagna che ci pone limiti e sfide. Ci penserò ma sarà difficile tornare a svolgere il lavoro che faccio oggi fuori da un ospedale».

Gi.Ca.

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