Omicidio Minguzzi, alla sbarra il misterioso Alex non convince
BOSCO MESOLA. Quando nell’aprile del 1987 Pier Paolo Minguzzi fu rapito ad Alfonsine, la sua fidanzata ricevette un serie di lettere, cartoline e telefonate. Si presentava come Alex il misterioso interlocutore; le diceva di conoscere i responsabili del sequestro e addirittura di aver sentito la voce del ragazzo. Avrebbe continuato a contattarla anche dopo il rinvenimento del corpo del 21enne, figlio di una ricca famiglia d’imprenditori ortofrutticoli della zona e carabiniere di leva a Bosco Mesola, trovato morto legato a una grata di ferro nel Po di Volano l’1 maggio. Ieri l’autore di quelle missive è stato chiamato a deporre nel processo che 34 anni dopo vede accusati di sequestro di persona a scopo di estorsione e omicidio i due ex carabinieri della locale Stazione dell’Arma, Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, e l’ex idraulico Alfredo Tarroni. Ma la sua testimonianza, non creduta dal presidente della Corte d’Assise, gli è costata la denuncia per reticenza e falsa testimonianza.
«Erano tutte cavolate», ha sostenuto alla sbarra “Alex”, al secolo Enrico Cervellati, 62enne di Lugo, ha ripetuto sotto giuramento di non conoscere nessuno dei tre imputati e nemmeno di avere mai visto in faccia la ragazza alla quale scriveva di fare parte di una misteriosa organizzazione: «Mi sentivo solo e depresso, volevo trovare una donna e mi ero fatto prendere leggendo la storia del sequestro sul giornale. Mi ero immedesimato e volevo rendermi importante ai suoi occhi, quasi che fossi il suo angelo custode».
La destinataria di quelle attenzioni, all’epoca prese in seria considerazione dagli inquirenti, lo aveva bollato come «un pazzo». Ma per il giudice Michele Leoni, presidente della Corte d’Assise, «c’è tutta una storia sommersa che sta venendo fuori adesso», mettendo in chiaro che «la corte non ritiene di accantonare la questione».
La ragione di tanto interesse è da far risalire a una lettera che “Alex” scrisse alla Ravaglia il 2 maggio 1987, il giorno dopo la scoperta del cadavere di Pier Paolo. Un manoscritto lucido e circostanziato sulla vicenda, letto ieri in aula, e di cui il teste ha ammesso la paternità: le disse di essere «costretto» a comunicare in modo epistolare «dal cinismo di chi muove i fili di questa maledetta vicenda», «conscio dei pericoli che sto correndo». Aggiunse: «Ieri ho sentito la voce del tuo Pier Paolo, una voce pungente, emozionata». Un dettaglio impossibile, che stride con fatti ormai certi: e cioè che il 21enne era già morto, assassinato pochi giorni dopo il rapimento.
Perplessa riguardo la sincerità del teste, la Corte ha disposto il rinvio degli atti alla Procura, chiedendo anche una perizia grafologica per confrontare la scrittura della lettera con le sottoscrizioni a sua firma quando fu sentito due anni dopo i fatti. Il mistero sull’identità di “Alex”, ha rimarcato ieri il sostituto procuratore Marilù Gattelli, è stato risolto depennandolo dalla lista dei sospettati già negli anni della prima indagine, quando Cervellati fu scoperto con un’attività di Interpol, in seguito all’ennesima cartolina spedita dalla Spagna ad Alfonsine.
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