«Diede la soffiata per l’agguato del machete»
Donna a processo per favoreggiamento. Telefonò agli Arobaga: «Oboh sta arrivando». Ma chi l’accusava ieri ha ritrattato
«Oboh sta arrivando in via Morata»: era la mattina del 30 luglio di tre anni quando con queste parole scattava l’agguato con machete, bastoni, catene del clan mafioso Arobaga contro il capo del clan rivale degli Eye, Stephen Oboh: un regolamento di conti per una partita di droga e tanto altro, uno scontro per il controllo della città in realtà, visto che da questa vicenda partirono le indagini che portarono la Polizia a scoprire e contestare ai gruppi nigeriani il reato di associazione mafiosa. Secondo la procura e la Polizia, fu una donna che doveva consegnare il pranzo, S. E. , a dare la soffiata al capo di quel gruppo di Arobaga, Lucky Anthony Odianose, detto Ubeba (poi condannato per questo tentato omicidio a quasi 5 anni di carcere assieme agli altri componenti del gruppo dell’agguato, con le stesse). E per questo è sotto processo per favoreggiamento, processo che si concluderà il prossimo 15 febbraio.
Ma l’udienza di ieri mattina ha sollevato dubbi sul suo coinvolgimento, sul favoreggiamento per l’agguato. In realtà, ad accusarla, a riferire di aver ricevuto la telefonata dell’arrivo di Oboh in via Morata, dove si concretizzò il regolamenti di conti, era stato lo stesso Ubeba. Che tuttavia ieri mattia, ascoltato in aula dal tribunale, in collegamento dal carcere di Cosenza (oltre la condanna per l’agguato è in custodia con l’accusa di far parte della mafia nigeriana degli Arobaga) ha ritrattato le accuse che fece nei primi interrogatori durante le prime indagini dopo il tentato omicidio di Oboh. E che fosse tale lo confermò lo stesso Ubeba: «quello là che sta in ospedale (Oboh, dopo l’agguato) è stato fortunato, perché lo volevamo uccidere». Ma sulla complicità della donna, accusata di aver fatto scattare l’agguato, lo stesso Ubeba l’ha scagionata dall’essere la “vedetta” e ha dichiarato ai giudici e alla pm Isabella Cavallari che da tre anni segue i filoni sulla mafia nigeriana in città, che accusò la donna per ritorsione e che in realtà la soffiata arrivò da altra persona. Il legale della donna, Enrico Bellotti, tra l’altro proprio sulla base delle tante contraddizioni rilevate dai tabulati telefonici (gli orari degli scambi telefonici) spiega non esservi nessun riscontro della complicità, dell’aiuto che la donna avrebbe con la soffiata. E che anzi sarebbe dimostrata assolutamente la sua estraneità.
Ieri in aula sono stati ascoltati anche i poliziotti che hanno svolto le indagini, la donna stessa poi il rinvio al 15 febbraio quando è fissata la discussione finale del processo e quindi la sentenza.
D.P.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
