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udienza in corte d’assise a ravenna 

Omicidio Minguzzi, svelati i “vizi” dei colleghi imputati

Omicidio Minguzzi, svelati i “vizi” dei colleghi imputati

Serate al casinò di Venezia e sessioni di tiro al barattolo con munizioni in eccesso Il pm non è convinto e annuncia la trasmissione degli atti per falsa testimonianza

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RAVENNA. Non è certo un quadro edificante quello emerso ieri dalle parole del militare Giubettini sullo stile di vita di una parte dei carabinieri in servizio alla stazione di Alfonsine verso la metà degli anni ’80. Le memorie del militare, all’epoca giovane membro dell’Arma in stretto legame con Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, gli ex carabinieri imputati insieme all’idraulico Alfredo Tarroni per il sequestro e omicidio dI Pier Paolo Minguzzi, 21enne di leva in servizio stazione di Bosco Mesola, nel 1987 rapito il 19 aprile e trovato morto l’1 maggio nel Po di Volano.

LA BELLA VITA

Al processo in corte d’assise a Ravenna parlano di un gruppo dedito alla bella vita e a non poche stravaganze, con tutte le conseguenze che questo poteva significare, anche in termini di debiti. A tutti e tre, nella vita, piaceva contornarsi di belle macchine e sovente spendevano i loro soldi per viaggiare da Alfonsine a Venezia, dove sarebbero andati a giocare al casinò. Quando non erano in servizio, altrimenti, si riunivano in campagna per sparare ai barattoli con le munizioni in eccedenza. Sessioni a cui a volte si sarebbe unito persino Tarroni, pur non essendo in possesso di alcuna licenza di porto d’armi. Ma nella mente di Giubettini potrebbe esserci qualcosa di più degli stravaganti vizi di un gruppo di giovani carabinieri. Qualcosa che secondo la procura della Repubblica si tramuterebbe in reticenza e in una possibile falsa testimonianza, tesa a coprire elementi anche utili al fine di fare luce sul cold case. Non per nulla, infatti, il pm Marilù Gattelli, al termine della testimonianza resa ieri, ha annunciato che valuterà la richiesta di trasmissione degli atti per falsa testimonianza a carico di Giubettini.

Il perché Giubettini potrebbe sapere di più sul ruolo di Tasca e Del Dotto sull’affare Minguzzi – sequestrato a scopo di estorsione il 21 aprile del 1987 e poi ripescato morto nel Delta del Po, zavorrato a un’inferriata, dieci giorni dopo – si giustificherebbe con uno “strano” avvistamento fatto da una pattuglia dei carabinieri il 30 aprile del 1987, appena un giorno prima del ritrovamento del cadavere del 21enne. In due distinte note di servizio, una delle 14.30 e una delle 18, la pattuglia dichiarò di aver visto Giubettini e Tasca fermi dentro un’auto nei pressi di una strada vicino al luogo dove il giovane era stato tenuto sotto sequestro. Cosa ci facevano lì? Sentito sul punto, il militare ha testimoniato che quel pomeriggio i due avevano deciso di andare a Venezia al casinò, ma che in quel punto l’auto si era fermata. Tasca sarebbe quindi tornato indietro facendo l’autostop per dirigersi dal meccanico più vicino, dato che la macchina era la sua, mentre Giubettini sarebbe rimasto lì ad aspettare.

Peccato che, secondo le due note di servizio, i due fossero stati avvistati sempre insieme e quella strada non era assolutamente compatibile con un viaggio verso Venezia.

“CICCIO”

Ieri doveva essere anche il giorno per cercare di fare luce sul fantomatico brigadiere “Ciccio”, l’agente sotto copertura che il giorno del rapimento di Pier Paolo avrebbe avvicinato l’allora fidanzata 19enne di quest’ultimo, dicendole che sarebbe stato lì per proteggerla e alla quale chiese di registrare e informarlo sulle telefonate che in quel periodo riceveva da un certo “Alex” per informarla sullo stato di salute di Minguzzi. “Ciccio”, alias Francesco Rossi, ieri è salito sul banco dei testimoni. Per 20 anni effettivamente operativo dei servizi segreti italiani, l’uomo non è però stato riconosciuto dalla donna.

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