«Di lavoro oggi non è possibile morire» La marcia dei 400 nel nome di Yaya
Da via Cassoli a Piazza Municipio indignazione e rabbia per la morte del 22enne della Guinea Bissau avvenuta all’Interporto
Marcello Pulidori
Giustizia per Yaya, verità per Yaya. Morto schiacciato tra un muro e il camion che doveva scaricare. Era un lavoratore precario. In più di 400, nel nome di Yaya Yafa. Da via Cassoli a Piazza del Municipio. Il centro di Ferrara ieri pomeriggio si è fermato per ricordare, assieme ai partecipanti alla marcia e sotto gli occhi quasi increduli di tanti commercianti usciti in strada, il 22enne della Guinea Bissau morto il 22 ottobre scorso a seguito di un infortunio sul lavoro avvenuto all’Interporto di Bologna. Una marcia promossa dagli amici di Yaya, dalla comunità africana, dall’associazione “Cittadini del mondo”, con l’adesione di Cgil e Uil. Yaya, che abitava al Grattacielo dove aveva affittato una stanza, stava lavorando per una ditta della logistica. Spostava merci, proprio quelle che devono arrivare sempre più in fretta e sempre più a buon mercato. Lo urlano i colleghi e gli amici di Yaya mentre camminano. «Ci dicono che tutto questo serve per renderci la vita più agevole e più comoda e sicura – hanno detto alcuni giovani che si sono alternati al microfono – ma la verità è che il suo posto di lavoro evidentemente non era sicuro, non era tutelato dalle norme di sicurezza».
Nei primi 7 mesi del 2021 in Italia sono morti 677 lavoratori. Da quando è morto Yaya, cioè dal 22 ottobre scorso, altre 3 persone hanno già perso la vita sul lavoro in Emilia-Romagna. «La sicurezza costa – hanno detto ancora i dirigenti di “Cittadini del mondo” – sappiamo tutti che molti datori di lavoro per aumentare il loro profitto mentono e imbrogliano sulle norme della sicurezza». Spesso, negli ultimi giorni troppo spesso, le prime vittime, seppur non le uniche, di questo imbroglio sono i lavoratori migranti, quelli meno inseriti, quelli più indifesi, più ricattabili, per la scadenza del permesso di soggiorno, la richiesta di asilo, il permesso umanitario e tutti gli altri documenti necessari. Per questi lavoratori l’insicurezza e la precarietà nel lavoro sono ancora maggiori e trovano proprio nella discriminazione e nel razzismo la loro giustificazione. «Voleva integrarsi perfettamente qui a Ferrara – ha ricordato tra gli applausi Dario Alba, della Flai Cgil – Voleva pagare le tasse, essere in regola con tutto. Questo era Yaya. Il nostro Paese, e in prima battuta proprio Ferrara, devono ricambiare questi sentimenti. È il minimo che possiamo fare per lui». La famiglia del giovane spera di poter accogliere la salma in patria e di potergli dedicare una cerimonia secondo le usanze locali. La vicenda è seguita direttamente dal fratello della vittima, Fati Malang, che ieri è stato tra i protagonisti del corteo.
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