Cellulare in carcere Detenuto patteggia dodici mesi di pena
L’imputato messaggiava col telefonino dalla sua cella Sconta una condanna per omicidio. In pochi giorni due casi
È il secondo caso in pochi giorni che finisce davanti al giudice di Ferrara. Una delle prime sentenze emanate in Italia dopo l’introduzione della legge che sanziona con pena detentiva il possesso di un dispositivo mobile di comunicazione all’interno di un carcere da parte di un detenuto. Anche questa volta l’imputato – G.S., origine moldava – è un recluso che sconta una lunga condanna (per omicidio volontario, fatto avvenuto in un’altra città). Gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno sorpreso mentre messaggiava nella cella che gli è stata assegnata utilizzando un telefono cellulare.
Come è avvenuto anche nel processo precedente la scoperta del telefonino è stata seguita dal sequestro e dalla direttissima in tribunale che si è svolta ieri mattina con un’udienza presieduta dal giudice Silvia Marini. In aula, oltre all’imputato, l’avvocato che ha curato la sua difesa, Denise Mondin, e la vice procuratrice onoraria Sheila Davi (pm togato Isabella Cavallari). L’imputato ha patteggiato la pena di un anno che va a sovrapporsi a quella che sta già scontando. «È stato scoperto che, di notte, il detenuto occultava il cellulare in un tavolo dell’amministrazione», scrivono Giovanni Battista Durante e Francesco Campobasso, del sindacato Sappe.
Il 28 ottobre scorso è toccato ad un altro detenuto nel penitenziario di Ferrara conoscere come agisce in concreto la nuova normativa. Sulla fedina di A.M., alla pena detentiva da scontare fino al 2028 per reati legati allo spaccio degli stupefacenti si è aggiunta quella di 13 mesi inflitta dal giudice Sandra Lepore. L’uomo possedeva un mini-telefono L8Star, che può essere nascosto un po’ ovunque grazie alle sue piccole dimensioni.
Era stata la prima sentenza emanata a livello nazionale applicando, con l’arresto in carcere, un articolo recentemente introdotto nel codice penale, il 391 ter che sanziona l’ «accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti». Le cronache hanno segnalato recentemente anche tentativi di introdurre abusivamente, nelle carceri italiane, oggetti con l’utilizzo di droni. L’attenzione rispetto a queste falle della sicurezza carceraria sta crescendo e lo testimonia l’emersione dei due casi ferraresi grazie all’intervento della polizia penitenziaria. Resta da chiarire però attraverso quali canali queste “forniture” riescono ad eludere la sorveglianza all’ingresso.
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