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Spiagge, ora le aste sono inevitabili Lo stabilimento a chi offre più soldi

Matteo Tuccini
Spiagge, ora le aste sono inevitabili Lo stabilimento a chi offre più soldi

Il Consiglio di Stato blocca le proroghe delle concessioni al 2023. Per ottenerle conteranno posti di lavoro e sostenibilità 

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Matteo Tuccini

Per i balneari è come trovarsi in un vecchio film dell’orrore. Si sa che il mostro spunterà fuori e forse si intuisce anche il momento: eppure, quando lo si vede comparire all’improvviso, scatta il salto sulla sedia. E lo spettatore resta sotto choc.

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, che mette all’asta 30mila spiagge italiane a partire dal 2024, la sensazione di sgomento per i circa 2.500 titolari di stabilimenti balneari tra Toscana e Romagna è la stessa. Il mostro in questione non si chiama Frankestein, ma Bolkestein: è la direttiva europea 123 del 2006, conosciuta con il nome del suo padre fondatore, commissario europeo olandese che poi ha in parte disconosciuto il provvedimento. Ma oggi tutto questo non conta più, dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato. Che ha imposto l’applicazione della Bolkestein a partire dal 2024, con la messa a gara delle concessioni delle spiagge oggi in mano ai balneari. Se gli imprenditori – chiamati con disprezzo i signori dei litorali da un’opinione pubblica che non li ha mai amati – vorranno mantenere i loro stabilimenti, dovranno partecipare alle gare pubbliche e vincerle. Altrimenti, dovranno sloggiare.

la sentenza

Il massimo tribunale amministrativo italiano, dopo essersi riunito in seduta plenaria il 20 ottobre, ha reso noto martedì sera il suo verdetto. Le concessioni dei balneari, che nel 2018 il governo Lega-M5S aveva prorogato al 31 dicembre 2033, vengono “accorciate” al 31 dicembre 2023. Dopo quella data non avranno più valore; quindi, per garantire i servizi su spiaggia, si dovrà procedere alla riassegnazione delle concessioni con gare a evidenza pubblica. E non più con un rinnovo a favore dei concessionari attuali, come sempre avvenuto in Italia. Una decisione figlia di anni di battaglie e pronunciamenti di tribunali, tra cui il più importante di tutti: la Corte di giustizia europea, che nel 2016 si espresse chiaramente a favore delle cosiddette “aste” delle spiagge. Senza dimenticare le due procedure d’infrazione che l’Europa ha mosso contro l’Italia per mancata applicazione della Bolkestein: una aperta nel 2009 e chiusa nel 2012, e un’altra avviata di recente, nel dicembre del 2020. A fronte di questo nuovo contenzioso, era ovvio che il tempo era ormai scaduto. Nella sua sentenza il Consiglio di Stato lo dice chiaramente: non è più possibile prorogare le concessioni dei bagni, limitando la concorrenza in un settore con un giro d’affari nazionale intorno ai 15 miliardi di euro, a fronte – spiegano i giudici – «di un canone complessivo poco sopra i 100 milioni di euro». Qualsiasi provvedimento politico o amministrativo in senso contrario non sarà più ammesso, perché in contrasto non solo con la direttiva Bolkestein, ma con il diritto comunitario. Una porta chiusa in faccia ai possibili ricorsi che i balneari hanno spesso annunciato come rappresaglia.

cosa succede adesso

La palla passa al governo di Mario Draghi, che di recente aveva tolto la questione balneare dal disegno di legge sulla Concorrenza: con decreto o con una legge del parlamento, si dovrà fare la riforma attesa dal 2009 – quando la questione esplose con le prime proteste dei balneari – e ora non più rinviabile. Le gare dovranno essere disciplinate da una norma nazionale: qualsiasi intromissione delle Regioni, fatta a scopo prevalentemente elettorale, è stata regolarmente bocciata dalla Corte costituzionale per invasione di competenze. Secondo il Pd, nello specifico il deputato Umberto Buratti e il sindaco di Camaiore Alessandro Del Dotto, le gare dovranno essere fatte e gestite dai Comuni: con quali mezzi e quale personale, non si sa.

come saranno le “aste”

I criteri delle gare a evidenza pubblica, come detto, saranno decisi da governo e parlamento. Ma il Consiglio di Stato ha già fornito alcune indicazioni. Nelle gare si potrà riconoscere la competenza acquisita dai balneari attuali, senza tuttavia impedire che si presentino alla competizione figure del tutto nuove nel settore; dovranno essere premiati qualità e quantità di servizi offerti, con ottica sociale – per esempio il numero di posti di lavoro garantiti – e di rispetto dell’ambiente; dovrà essere raggiunto l’obiettivo della valorizzazione economica della concessione, e qui i balneari tremano perché l’importo del canone potrebbe diventare decisivo (con punteggio maggiore per chi offre più soldi alle casse pubbliche). Infine, il Consiglio di Stato ammette la possibilità di un indennizzo a tutela degli investimenti fatti per il balneare che perde la gara. Potrebbe servire per far digerire alla categoria il cambiamento epocale in arrivo: una buonuscita che accontenti chi dovrà abbandonare ombrelloni, lettini e sdraio a partire dal 2024.

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