Fondi comunitari Consentire l’accesso agli agromeccanici
«In attesa dell’entrata in vigore della nuova programmazione comunitaria 2023-2027 è indispensabile approfondire la conoscenza e la comprensione delle tendenze strutturali in atto nell’agricoltura italiana, affinché istituzioni e imprenditori siano in grado di ottimizzare l’impatto delle risorse pubbliche a disposizione»: così il vicepresidente di Cai – Confederazione agromeccanici e agricoltori Italiani, Michele Pedriali, ha commentato il recente studio diffuso dal Centro di ricerche politiche e bioeconomia del Crea, che ha analizzato i dati contenuti nel rapporto 2021 della Rete d’informazione contabile agricola (Rica) sulle caratteristiche ed evoluzione delle aziende agricole italiane.
«Uno degli aspetti più significativi che emergono dallo studio – prosegue Pedriali, anche in funzione del suo osservatorio privilegiato come direttore di Unima Ferrara – riguarda la dimensione economica del settore primario nel nostro Paese. Purtroppo i dati mostrano un tessuto agricolo nazionale ancora eccessivamente disperso, con quasi i tre quarti delle aziende agricole al di sotto della soglia di 25.000 euro di valore della produzione».
L’eccessiva frammentazione è confermata da un dato ancor più preoccupante evidenziato nello studio del Crea: la metà delle aziende agricole italiane contribuisce solo al 2% del fatturato globale del settore.
«I dati proiettati dal campione Rica devono far riflettere i decisori politici circa le strategie che dovranno essere adottate a livello nazionale e regionale in vista dell’applicazione della nuova politica agricola comune, prosegue. Evidentemente qualcosa finora non ha funzionato, perlomeno in ampie aree del Paese, se ci troviamo di fronte a una realtà agricola che, in larga misura, non può pensare di proiettarsi al di là del mercato domestico a causa della limitazioni imposte da dimensioni aziendali eccessivamente contenute».
Tra gli indicatori che secondo la Confederazione degli agromeccanici e agricoltori italiani dovrebbero suonare come un campanello d’allarme, vi è l’incidenza percentuale del cosiddetto I pilastro, vale a dire dei sussidi per ettaro previsti dalla politica agricola europea, sul totale delle risorse pubbliche che l’Ue destina alle imprese agricole italiane. Le aziende di grandi dimensioni tendenzialmente dovrebbero privilegiare gli investimenti produttivi, inclusi tecnicamente nel II pilastro. «L’indicatore sulla distribuzione degli aiuti – conclude Pedriali – evidenzia una volta di più la necessità di aprire su larga scala l’accesso ai fondi europei per lo sviluppo rurale anche alle imprese agromeccaniche, per dare forte impulso a un settore primario bisognoso di recuperare competitività in una prospettiva di crescita altamente sostenibile».
A.T.
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