«La scuola non fa innovazione Così pagano i territori deboli»
Andrea Gandini, ricercatore del Cds, interviene sui brutti voti Invalsi L’incapacità di prendere di petto le diseguaglianze provoca danni
l’analisi
Gli studenti ferraresi sembrano essere uscita dalla Dad con più difficoltà di altri territori? «Da decenni la scuola italiana non riesce a fare innovazione didattica e restare al passo con la società, e sono i territori più deboli socialmente ed economicamente a pagarne le conseguenze», è l’analisi di Andrea Gandini. Il fondatore del Cds, per il quale si è occupato d’istruzione anche nell’ultimo Annuario ferrarese, non è sorpreso dai dati poco incoraggianti dei test Invalsi. «Diversamente dalla sanità, la scuola italiana è rimasta indietro di 30 anni, l’ultima innovazione è la Lim e rappresenta un passo indietro. Oggi con il cellulare i ragazzi sono in grado di assumere conoscenze su ogni cosa, per cui in classe bisognerebbe sviluppare semmai dialogo e approfondimento, come fanno le istituzioni dei Paesi più avanzati. Apprendimento come sperimentazione e docenti con esperienza di lavoro sono una rarità - continua il ragionamento di Gandini - È un problema generalizzato, intendiamoci, ma se la scuola non ha la forza di imporsi come livellatore di diseguaglianze, la famiglia e gli stimoli esterni diventano fondamentali: e qui emergono le debolezze di Ferrara». Soprattutto in una fase di passaggio come quella post-crisi pandemiche, è il caso di aggiungere.
Gandini insiste sulla qualificazione degli istituti tecnici e professionali, «bisognerebbe implementare le esperienze di scuola-lavoro, che funzionano, come dimostra il caso Basell. Ma bisognerebbe partire dalla indicazione di un docente incaricato in specifico di organizzarle, e questo non succede quasi mai. Paradossalmente - è la conclusione del suo ragionamento - gli istituti tecnici dovrebbero avere a disposizione più risorse dei licei, perché lavorare sui ragazzi che li frequentano è più complicato, lo dicono gli stessi insegnanti che fanno entrambe le esperienze».
Il ricercatore, che ha collaborato in passato con Patrizio Bianchi, non risparmia un forte sollecito all’attuale ministro: «Mi aspettavo un intervento deciso su classi pollaio e qualità della didattica, che non ho ancora visto».
S.C.
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