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testimone a processo 

Omicidio Minguzzi «Ero il brigadiere Ciccio e agivo sotto copertura»

Omicidio Minguzzi «Ero il brigadiere Ciccio e agivo sotto copertura»

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ravenna. «Sono io il brigadiere Ciccio di cui hanno scritto i giornali e sono qui per spiegare che cosa è successo». L’ex carabiniere Vittorio Di Santo parla alla corte d’assise, è il famigerato agente sotto copertura che nel 1987 fu mandato dall’Anticrimine di Bologna ad Alfonsine per indagare sul rapimento del 21enne Pier Paolo Minguzzi, carabiniere di leva sequestrato il 21 aprile e poi trovato morto nel Po di Volano. Di Vittorio è stato convocato per chiarire quale sia stato il suo ruolo nelle indagini che 34 anni fa non portarono a nulla, nemmeno all’iscrizione nel registro degli indagati dei tre principali sospettati: i due ex carabinieri della locale stazione Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, e l’idraulico del paese Alfredo Tarroni, ora a processo.

Di Vittorio ad Alfonsine si avvicinò alla fidanzata di Minguzzi presentandosi come Ciccio; una prassi dell’Anticrimine, ha detto, «per evitare di essere trovati da terroristi o mafiosi in agguato... non sapevamo chi ci fosse dietro». Fu lui a consegnarle un registratore con microcassette, per intercettare le telefonate sospette che anche la giovane riceveva. Ma perché farlo – lo ha incalzato il pm Marilù Gattelli – dato che la famiglia della ragazza era già sotto intercettazione? «Non lo sapevamo, forse fu un eccesso di zelo».

Il 1º maggio, quando fu trovato il cadavere, Di Santo passò a prendere la ragazza in auto per il riconoscimento. Ma nulla finì nel fascicolo. «I militari della sezione Anticrimine non hanno mai redatto verbali per ragioni di sicurezza. Lo faceva la sezione territoriale», ha detto l’ex carabinieri. Per il presidente della corte, Michele Leoni, la condotta 34 anni fa dall’agente sotto copertura fu «un’indagine parallela».

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