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«Io estraneo a tutto e poi mi dimisi La mia famiglia perse un miliardo»

«Donigaglia mi disse di stare tranquillo, che mi avrebbe avvertito lui» Dieci anni fa davanti ai giudici di Ferrara raccontò la sua verità sul crac 

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IL PRECEDENTE

«Non mi sono mai vergognato tanto e poi mi dimisi». A parlare, in tribunale, a Ferrara, era proprio Gian Paolo Venturi, primo degli imputati a sfilare al processo Coopcostruttori a fine maggio di dieci anni fa. E lui, il commerciale dell’ufficio di Roma, raccontò ai giudici gli anni dal 1975 al 2003, nei quali lavorò e visse nella sede romana della Coop.

Da lì, dal cuore degli affari della capitale, doveva cercare commesse. E il suo lavoro lo faceva bene. Tanto che tra appalti Anas, Ferrovie e Autostrade riusciva a spuntarla con ribassi inferiori di altri big dell’edilizia: «Se dal ’99 al 2003 la media nazionale era del 27,9 di ribasso, io riuscivo a concludere con una media del 27,7», ammise in aula.

«Quello di Roma era un ufficio di corrispondenza, pensato per acquisire gare di appalto», spiegò ai giudici. E, una volta chiusi i contratti, lui aveva la delega di Donigaglia per firmare: «Non ero un dirigente, ero inquadrato come semplice impiegato». E alcune di quelle firme lui le metteva in bianco: «Firmavo i modellini di cessione delle fatture».

Alcuni di quei documenti venivano compilati e inviati a finanziarie e banche senza che lui, dice, ne sapesse nulla: «Nei periodi di riferimento – assicura – mi trovavo altrove o in ferie».

E il problema è che gli importi delle fatture emesse erano ben diversi da quelle girate. Lui però non ne avrebbe mai saputo nulla, men che meno dei guai in cui stava precipitando l’azienda, tanto che la sua famiglia perse nel crac un patrimonio: «All’incirca un miliardo di vecchie lire, tra i depositi in libretto di risparmio miei, di mia moglie, dei miei genitori, fratelli, nipoti...».

Qualche sentore gli arrivò all’orecchio proprio dai parenti: «Intorno a Natale 2002 – spiegò in aula – i miei fratelli mi chiesero se fossero vere le voci che iniziavano a girare attorno ai conti della Coopcostruttori». Lui andò direttamente da Donigaglia, con il quale aveva un rapporto non solo professionale («quello che ho imparato nel mio lavoro lo devo a lui»): «Donigaglia mi disse di stare tranquillo, che quando il momento sarebbe stato brutto me lo avrebbe detto lui».

L’allarme del “momento brutto” non arrivò mai. Se ne accorse da solo Venturi, nel maggio 2003, quando uno dei creditori siciliani fece scattare il pignoramento. È la miccia che accende l’attenzione di tutti i creditori. A Venturi viene chiesto d’incontrare il rappresentante dell’azienda pignorante, l’ingegner Vita, per convincerlo a revocare l’azione nei confronti della Costruttori: «Ci incontrammo a Parma, all’uscita del casello Sud. Mi disse che mandavano avanti me perché ero una persona troppo pulita. Non mi sono mai vergognato tanto».

Dopo quel breve incontro, Venturi tornò ad Argenta. Riferì a Maranghi, Ricci Maccarini e forse Donigaglia quanto avvenuto e il 4 giugno presentò le dimissioni: «Da allora i miei ex colleghi li ho rivisti solo in tribunale».

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