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La lotta alla pandemia: "Due anni di Covid sempre in prima linea"

Parla l’infermiere Ciociola che lavora all’ospedale del Delta: all’inizio grande difficoltà, poi abbiamo fatto gioco di squadra


11 febbraio 2022


FERRARA. Senso di squadra, professionalità acquisita nel tempo, attenzione al malato e uno sguardo al futuro della professione con la telemedicina. Sono i temi al centro dell’intervista dell’infermiere che presta servizio nel reparto Covid dell’Ospedale del Delta (Lungodegenza) Giovanni Ciociola. Giovanni ha 49 anni, è nato in Puglia dove a 17 anni si è iscritto alla scuola per infermieri e da 30 anni pratica la professione. A Giovanni abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza di cura del malato covid proprio in occasione della ricorrenza, l’11 febbraio, della Giornata internazionale del malato istituita 30 anni fa dal Papa Karol Wojtyla.

Siamo a due anni esatti dall’ufficialità della presenza del Covid anche in Italia. Cosa è cambiato per voi?

«Direi molto. Oggi i vaccini fanno la differenza. Il malato è per noi più gestibile anche se va tenuta sempre alta la guardia. Ci stiamo rendendo conto però che se non fossero stati vaccinati non ce l’avrebbero fatta».

Cosa ricorda di quei primi momenti?

«L’impotenza. Tutto andava bene poi, improvvisamente, abbiamo iniziato a vedere la miriade di pazienti che arrivava in pronto soccorso e spesso finiva in terapia intensiva. Io, in certe occasioni, mi sono sentito impotente. Non sapevamo cosa avevamo di fronte. Grazie a un senso di squadra molto forte, tuttavia, fra tutti coloro che operano in un reparto come il nostro (infermieri, medici e oss) ci siamo rimboccati le maniche e siamo andati avanti».

Spieghi meglio?

«Abbiamo dovuto imparare in fretta e furia la corretta svestizione, alcuni miei colleghi si sono infettati proprio in quel momento così delicato per il nostro lavoro in una corsia di malati covid. Poi abbiamo riorganizzato i reparti, spostato scrivanie, computer e così via... Sapevamo che quando si entrava in reparto con i dispositivi di protezione poi dovevamo starci fino alla fine del turno».

Parliamo della cura dei pazienti affetti da Covid: com’è oggi rispetto all’inizio?

«Nei primi momenti, ripeto, mi sono sentito impotente. Il reparto dove lavoro, prima della pandemia, era di lungo degenza e dunque ospitava gli anziani. E un anziano in ospedale ha bisogno, più degli altri pazienti, di parlare con l’infermiere quando si trova allettato. E nei primi momenti in cui il Covid si è presentato fra noi il tempo di ascoltare i loro pensieri e timori non c’era più come prima».

C’è una storia che l’ha colpita particolarmente?

«Ricordo una “nonnina“ che entrò in reparto positiva al Covid. Aveva un rapporto particolare con la nipote, che in quei giorni aspettava un figlio. Mi chiesero di metterle in contatto con la video chiamata con un tablet. Ancora penso alla loro commozione nel rivedersi. Poi ricordo quel gesto affettuoso di salutarsi con un “bacino virtuale“. Smontai dal turno e tornai in corsia dopo due giorni: ma in quel letto in quel letto la nonnina non c’era più. Ho capito che avevo assistito a una storia di vita che scorre: una nonna che se ne va e un nuovo nipotino che stava per nascere».

Un rimpianto?

«Non ne ho. Io e miei colleghi abbiamo fatto e stiamo facendo di tutto per curare i nostri malati. Ma se tornassi indietro ai pazienti covid farei fare più telefonate».

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