ferrara
cronaca

Inps, il caso dei buoni pasto: «Mi chiedono i rimborsi»

Ex dipendente era in smart e non li ha esauriti, l’istituto trattiene la cifra residua La dirigente: doveva restituire la tessera entro la scadenza stabilita e comunicata


25 febbraio 2022 Gi. Ca.


I buoni pasto e la tagliola della burocrazia. Questa volta il contenzioso tra azienda e dipendente nasce all’interno di un grande ente pubblico, l’Inps, coinvolto come datore di lavoro della persona che ha aperto la contesa ma anche come erogatore della sua pensione. La neo-pensionata ed ex dipendente che reclama un danno, per quanto limitato, dice però che nessuna delle due identità sembra interessata ad ascoltare le sue ragioni.

L’ex impiegata è stata dipendente dell’Inps Ferrara, che ha lasciato per andare in pensione l’1 febbraio. Come le sue colleghe, finché ha lavorato per l’istituto, aveva la disponibilità di un carnet (elettronico) di buoni pasto erogati dal fornitore del servizio. Soggetto fragile, «con particolari e gravi patologie», precisa l’autrice della lettera inviata alla Nuova, a causa della pandemia ha lavorato in smart working dal 13 marzo 2020 al 31 gennaio 2022, giorno che ha preceduto il suo pensionamento.

L’ex impiegata afferma di non aver utilizzato i buoni pasto nel periodo di smart working, non avendone diritto perché il suo lavoro veniva svolto da remoto. «Ciò nonostante – lamenta ora – l’Inps mi chiede la restituzione di circa 300 euro che mi saranno probabilmente trattenuti dal prossimo assegno della pensione. In pratica, non ho speso i soldi e ho restituito la tessera all’istituto che però ora mi chiede di rimborsare le somme non spese. Avrebbe un senso se in cambio ottenessi il controvalore in buoni pasto. Questo atteggiamento è stato tenuto a Ferrara anche con altri colleghi, diversamente da quanto è avvenuto in altre sedi Inps».

La questione, vista dagli uffici di viale Cavour, ha tutto un altro aspetto. La direttrice, Annalisa D’Angelo, spiega che alla fine dell’anno scorso l’istituto ha avviato le procedure per il cambio dell’erogatore del servizio. «Abbiamo informato tutti che le tessere avrebbero dovuto essere restituite entro l’8 novembre e che i dipendenti avevano solo due opzioni: consegnare senza alcun addebito la tessera con l’importo disponibile ma non speso entro quella data oppure trattenerla oltre quella scadenza, ed eventualmente usarla, versando però l’importo che vi era caricato. Molti dipendenti hanno scelto questa seconda possibilità, di lamentele ne abbiamo ricevute pochissime».

L’ex dipendente, come forse qualche collega, non ha restituito la tessera entro il tempo indicato dall’istituto. «Nessuno si è fatto vivo per ricordarmi di consegnare la tessera entro i tempi stabiliti – spiega l’autrice della lettera – e comunque, anche se l’ho restituita dopo, non l’avevo comunque utilizzata». La direttrice sottolinea che dopo la scadenza stabilita sono andati a regime gli accordi per la cessazione del rapporto fra l’ente e l’azienda erogatrice, inoltre è stato chiuso anche l’anno contabile. «In un ordine di servizio, che tutti i dipendenti sono tenuti a leggere – ribadisce la direttrice – era scritto chiaramente che la restituzione della tessera oltre la data prefissata avrebbe fatto scattare la trattenuta dell’importo. Un messaggio che è stato comunicato più volte al personale». Annalisa D’Angelo conferma quindi che «la trattenuta sarà effettuata». La neo-pensionata però minaccia una causa.

Nel mezzo resta la domanda: se quei soldi non sono stati spesi dove si trovano?



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Gruppo SAE (SAPERE AUDE EDITORI) S.p.A, Viale Vittorio Alfieri n.9 - 57124 Livorno - P.I. 0195463049


I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l'adattamento totale o parziale.