Separati dalla guerra: le donne ucraine in viaggio verso l'Italia
Il grido disperato: «Diciamo addio ai mariti per salvare i figli»
Al valico di Porubne Siret, il pullman s’è fermato davanti alle torrette di guardia come se tirasse un respiro. Dentro ci sono cinquanta persone, tutte donne, giovani, vecchie, che si sono divise dai mariti rimasti a combattere, qualche bambina e due soli uomini: uno è l’autista, l’altro sta seduto in fondo e fissa il buio. Sul parabrezza c’è scritto «Cherkasy-Genova», e più in piccolo l’elenco di città ucraine, Rivne, Ternopil e altre. Le facce incollate ai finestrini sono uguali, stremate di fatica e affamate, svuotate dal dolore o dalla paura, o forse da tutt’e due, gli sguardi sospesi nell’abisso. Sono i separati della guerra. Qualche volta si rincontrano, ma si ritrovano senza parole perché qualcuna ritorna e magari resterà a morire. Sono lacrime che non danno pace. Svetlana ha aspettato per tutti questi giorni chinata su un inginocchiatoio del Duomo di Bobbio che le portassero la sua bambina, portata via dalle bombe. Dice che è un viaggio che non finisce mai, che la corriera su cui viaggiava ha impiegato dieci ore solo a passare il confine tra l’Ucraina e la Polonia e lei ha continuato a pregare tenendo un orologio in mano per tutto questo tempo con altre donne vicino a lei. Quando le hanno detto che era arrivata in Italia, ha cominciato a piangere. E don Roberto Isola ha piegato gli occhi sulle mani giunte: «Ringraziamo il Signore». Ma il cielo non può far niente, è rimasto a guardare.
A Kiev un bambino è morto sotto le bombe. Hanno raccontato che era solo, che correva cercando la mamma e il papà, ma suo padre era andato a combattere. A Dnipro, Denis Surkov, il primario dell’unità neonatale al Dnipropetrovsk Oblast Children’s Clinical Hospital, ha fatto un video per mostrare un rifugio antiaereo trasformato in una terapia intensiva per neonati: «Vi pare possibile?», ha chiesto. I piccoli sono stati portati tutti lì dalle infermiere dell’ospedale pediatrico, perché restare tra le corsie era troppo pericoloso. I bambini dovrebbero dormire quando c’è una guerra, come nella poesia di Trilussa, «fai la nanna finché dura ‘sto macello», perché nel sonno non vedrai «le infamie e i guai che succedono nel mondo». Forse è per questo che cerchiamo di portarli via, di separarli dalle bombe, dal sangue, da questa vita lacerata nelle sue grida di dolore. Un altro video sta facendo il giro del web e mostra un padre dilaniato dalla sofferenza mentre consegna la figlia piccola ai soccorritori, nella speranza di salvarla dall’orrore della guerra. I piccoli gesti banali che compie diventano il senso della vita che abbiamo perduto, la grandezza delle piccole cose che facciamo tutti i giorni senza rendercene conto: le rimbocca il giubbino, le sistema bene il cappello sulla testa e poi la guarda per vedere se è tutto a posto, prima di abbracciarla forte e stringerla, confondendo le sue lacrime sul volto della bambina e del suo innocente stupore. Poi ci sono i bambini che forse non potranno essere salvati. Molti di loro sono quelli separati già dalla vita, e abbandonati negli orfanotrofi: alcuni di loro hanno perso i genitori, altri sono stati lasciati da famiglie senza lavoro che non riuscivano a mantenerli. La guerra amplifica questi drammi, e in pochi giorni gli istituti hanno già superato i limiti di capienza.
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