Il trauma di Sofia, sorella di Polina: "Sotto choc, non parla della strage"
La 13enne è l’unica sopravvissuta di un’imboscata dei russi, è arrivata a Roma con la nonna: «Non muoveva più gambe e braccia»
ROMA. Sofia non chiede e la nonna non gliene parla. C’è come un patto implicito tra la donna e la nipote per non tornare ai momenti della strage nella quale Sofia ha perso sotto i colpi di kalashnikov dei militari russi il padre, la madre, la sorella Polina di 10 anni, il primo volto di bambina di una guerra che non risparmia neonati e partorienti, e Semyon, il fratellino di appena 5 anni. Probabilmente Sofia pensa che Semyon sia ancora vivo. Li hanno portati in due ospedali diversi. Quando i soccorsi sono arrivati e li hanno estratti dalla macchina crivellata di colpi il piccolo respirava. Si è spento il giorno dopo. Lo avevano colpito alla testa e ai polmoni. Sofia invece è stata colpita al collo, al torace, alla gamba e a un braccio.
Da venerdì la ragazzina è al San Raffaele alla Pisana di Roma dopo un lunghissimo viaggio in ambulanza, da Kiev, con la nonna che da allora non la lascia un minuto. «È arrivata in condizioni di gravità estrema, aveva una tetraparesi a destra molto importante, abbiamo dovuto valutare il quadro clinico prima di cominciare un percorso, ma la possibilità di un recupero del danno midollare c’è e stiamo cominciando a porre attenzione agli aspetti psicologici», racconta la dottoressa Claudia Condolucci che la sta seguendo. «Sofia è una giovane adolescente presente, intelligente, in questo momento si sta difendendo anche con la barriera linguistica perché nessuno di noi parla ucraino. Sarà molto importante seguirla psicologicamente per il resto della sua vita. L’impressione che abbiamo ricevuto da un colloquio che ha avuto con una traduttrice – la mamma di un’altra bambina ucraina che in passato era stata ricoverata da noi – è che Sofia in fondo sappia cosa è successo, ma che abbia resistenza a parlarne anche con la nonna. Noi con lei usiamo Google traduttore per dirle: muovi il braccio, muovi la gamba. Ma queste cose non si possono affrontare in modo improvvisato. Per questo abbiamo contattato una psicoterapeuta che opera in Italia ma è di madrelingua ucraina. Nei prossimi giorni le faremo incontrare Sofia. Non siamo nella sua mente, non so se stia mettendo in campo un fenomeno di rimozione. Il quadro motorio sta migliorando, è ancora compromesso, ma rispetto alla paralisi totale nella metà destra del corpo sta facendo dei progressi», aggiunge Condolucci. A Roma, Sofia è arrivata grazie a un’ambulanza pagata dall’associazione «Mother and child» e da «Amici per la pelle». Ed è proprio grazie alla presidente di «Amici per la pelle», Liliya Sobrino Palashchuk che possiamo ricostruire cosa è successo.
Il padre e la mamma di Sofia dopo i primi bombardamenti alla periferia di Kiev avevano deciso di portare i tre bambini nella casa di campagna. Un viaggio fatale per la famiglia. Sul tragitto non c’erano posti di blocco, ma all’improvviso dal nulla sono spuntati fuori militari russi e hanno aperto il fuoco sulla macchina. La nonna ha cominciato a telefonare, ma nessuno rispondeva. Dopo ore è arrivata la telefonata dell’ospedale in cui era Seymon. Il bambino aveva con sé un documento, per questo è stato possibile risalire alla nonna. Sofia non era tra i corpi martoriati in macchina, quindi c’era una speranza che fosse viva. L’hanno trovata in un altro ospedale. Le avevano fatto un primo intervento per estrarre i proiettili nei sotterranei di un ospedale completamente distrutto. I medici hanno spiegato alla nonna che Sofia aveva bisogno di riabilitazione perché non muoveva più le gambe e le braccia. «Io ero in contatto con Alla, la presidente di “Mother and child” – racconta Liliya Sobrino, le ho proposto di portare qui la ragazzina perché anche a Leopoli c’è la guerra. Abbiamo dovuto ingaggiare una battaglia con la burocrazia, non è stato facile condurla fuori. Sofia è la prima bambina uscita dall’Ucraina. In 24 ora hanno incaricato la nonna di occuparsi di lei. Abbiamo pagato un’ambulanza fino alla frontiera con l’Ungheria dove Sofia è rimasta bloccata per trenta ore. Trenta ore».
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