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La guerra in Ucraina

Leopoli combatte in fabbrica: "Così riforniamo i soldati"

Leopoli combatte in fabbrica: "Così riforniamo i soldati"

Teli mimetici, razioni, ma anche biancheria: i caffè diventano officine. La città cosmopolita si è riconvertita in una retrovia indispensabile

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La fabbrica della resistenza, come gli abitanti di Leopoli chiamano ormai la capitale de facto del Paese, si sveglia presto e non per le sirene che qui, al momento, suonano appena due volte al giorno. Alle otto del mattino la cucina del caffè “Republic of Garden” è già al lavoro: Anna, 26 anni, arrivata da Kiev tre giorni prima dell’inizio della guerra per aprire questo piccolo locale a ridosso del Monastero delle Carmelitane Scalze, il giardino hippy degli anni 60 e 70, impasta noci e frutta secca per le barrette energetiche da incartare e inviare all’esercito. L’attività che sognava di avviare è sospesa e lei, come tutti, presta il suo tempo alla guerra: «Siamo una ventina di volontari, ci alterniamo. Riusciamo a preparare fino a duemila snack al giorno e li consegniamo ai centri di distribuzione di Plast, gli scout ucraini che riforniscono i soldati. La mia regione di nascita, Lugansk, è in fiamme e io sento di dover fare qualcosa, sia pur minima, per chi combatte. Lo faccio anche per me, lo faccio per non impazzire».

Leopoli, capitale diplomatica che ospita le ambasciate e custodisce l’anima nazionale, è l’ultimo lembo integro di una terra lacerata. Cosmopolita, multireligiosa, europea per vocazione anche quando esserlo non suonava una bestemmia alle orecchie di Putin, questa città dall’architettura meticcia, che nel giro di pochi isolati divaga dal gotico all’art nouveau, ha accolto in poco più di una settimana 300 mila ucraini in fuga dalle mille linee del fronte. Un terzo della popolazione locale. Moltissimi transitano di qua per attraversare in treno o a piedi il confine con la Polonia, distante appena 70 chilometri. Molti restano, aspettando in un limbo che l’eco delle bombe squarcia ora dopo ora, sempre più incalzante, fino a Ivano-Frankivsk, oltre le pianure. Poi ci sono gli altri, quelli che lasciano la diaspora per arruolarsi: li incontri al check point di Malehiv, il coordinamento della logistica, e li rivedi lungo i viali del centro storico patrimonio dell’Unesco, tutti diversi e tutti uguali a Mykola e Orest, 25 e 28 anni, tornati a casa dall’Ungheria per indossare l’uniforme verde e sperare che basti.

«Cammino per le strade e vedo una città diversa, volti nuovi, mille dialetti, un unico sguardo pensoso ma non rassegnato» osserva Maria Kravchenko, docente di strategie culturali all’università cittadina e consulente del Municipal Institute for Cultural Strategy, nella cui biblioteca vengono raccolti i libri scolastici e non per i bambini che scappano senza voltarsi e che torneranno in aula chissà quando, chissà dove, chissà in quale lingua.

Ogni quartiere ha un angolo operoso che non vedi subito, nascosto oltre gli ampi e pulitissimi marciapiedi interrotti solo dai sacchi di sabbia a protezione dei seminterrati. Un angolo che lavora per la resistenza: i giubbetti antiproiettile raccolti in mezzo mondo da Khrystyna Boico per la charity Zmin Foundation, le divise a poco prezzo vendute fino all’ultimo pezzo sui banchi del mercato Krakivskii, le sacche termiche per le medicine dei soldati che i dipendenti della sartoria teatrale Switliachok, una piccola officina a est del centro, cuciono in serie, maestranze d’eccellenza prestate a uno spettacolo più grande.

Basta camminare con gli occhi, a Leopoli. «Trasforma l’ansia, sostieni la resistenza» recita un manifesto all’ingresso del Lviv Municipal Art Center: ne stampano a migliaia, racconta la direttrice Lyana Mystko. Sono poster realizzati dallo street-artist Appeks e dicono quanto l’agit-prop vada di pari passo con il volontariato che anche Lyana presta alla guerra: un bunker per la sosta dei transfughi negli spazi della galleria d’arte, 10 automobili autorizzate a violare il coprifuoco per l’andirivieni dalla stazione, 700 persone a notte.

«Ognuno si batte come può, io uso le mie ricette» scherza Jevgen Klopotenko, 35 anni, il più famoso cuoco d’Ucraina, uno che con il suo programma tv ha reso globali i piatti delle nonne. Il suo celebre ristorante a Kiev è oggi una mensa che sfama 1500 persone al giorno, soldati e civili. Non basta, dice. Qui a Leopoli sta allestendo un refettorio “resistente” nell’Arena Lviv, lo stadio fermo all’amichevole mai giocata del 28 febbraio scorso e adibito a centro di smistamento per chi arriva, da dentro e da fuori.

«La paura c’è ma dobbiamo conviverci, ci siamo abituati senza neppure accorgercene» concordano i passeggeri del tram giallo numero 22. Parlano volentieri ma non nominano mai i russi, la Russia, Putin: il conflitto è qui eppure è un’astrazione. Fino a quando? La domanda si spegne al quasi capolinea, park Stryi, l’università cattolica che a partire dal 1996 ha preso il posto di una vecchia scuola di formazione sovietica. Il direttore del master in giornalismo è padre Andij, 30 anni e un esercito di studenti in campo per aiutare i reporter stranieri nella narrazione del presente. Nel seminterrato del campus, dove fino a poche settimane fa si giocava a carte e a biliardino, Anna allinea le torce e gli elmetti comprati con i soldi della diaspora in Israele, in Grecia, in America. Due ragazzi impilano le medicine da mandare al fronte e Lina intreccia strisce di tessuto per i teli mimetici dei carri armati, ripiegati poi e inviati nelle località d’origine di 200 matricole ormai senza casa, Irpin, Kiev, Mariupol, Kherson.

La città dai confini annullati, come il galiziano Joseph Roth definiva Leopoli, è una fabbrica diffusa, vera retrovia popolare. Le molotov preparate all’inizio nel birrificio Pravda non servono più, l’Ucraina è oltre. «Ci siamo riconvertiti tutti, io ho cominciato a produrre biancheria per l’esercito, pochi pezzi ancora, ma intanto ho aperto i magazzini per custodire le opere d’arte che riescono a uscire da Kharkhiv» dice Jaroslaw Rushchyshyn, titolare della fabbrica tessile Trottola, a 300 metri dalla stazione, dove si ammassano le mamme e i ragazzini all’arrembaggio del treno per Przemysl, l’orizzonte polacco. Il cielo, lo stesso di Kiev e del fronte orientale, è turchese: il freddo punge. La sirena suona ancora, un quarto d’ora appena, poi tutti di nuovo al lavoro. 

(fonte: La Stampa)

 

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