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Ferrara. Fertilizzanti dai rifiuti: «Meglio di quelli chimici»

Fondazione Navarra, Unibo e Herambiente stanno sperimentando dal 2019. I primi risultati: performance più alte, meno inquinamento e terreni “rianimati”


02 aprile 2022 Stefano Ciervo


FERRARA. Esiste un’alternativa in ortofrutta ai fertilizzanti chimici che hanno controindicazioni di tipo ambientale e che oggi con la guerra in Ucraina hanno visto esplodere prezzi e problemi di fornitura? La risposta è sì, stando ai risultati della sperimentazione di quattro anni svolta da Herambiente e Fondazione Navarra sui campi nelle vicinanza del Parco urbano, che ha utilizzato prodotti di riciclo dei materiali organici provenienti dalla raccolta differenziata urbana e dalla produzioni agroalimentari. Il passo successivo è verificare in quale misura la produzione e la commercializzazione di questa nuova generazione di fertilizzanti possa cambiare il mercato, anche se già si parla più di «integrazione» che di sostituzione dei prodotti chimici.

La sperimentazione

I risultati della sperimentazione sono stati illustrati ieri mattina in un convegno al Centro didattico Navarra di Gualdo. Si è partiti nel 2019 su impulso di Herambiente, Enomondo, Fondazione Navarra e Unibo, e seppur la sperimentazione sia ancora in corso, ci sono già dati sufficienti a tirare le prime conclusioni. «Le prove già acquisite - mette per iscritto Hera - hanno dimostrato che, dal punto di vista produttivo e qualitativo, l’impiego di ammendanti e correttivi derivati dalle filiere di recupero garantisce risposte produttive equivalenti o superiori rispetto ai fertilizzanti prodotti attraverso altri processi industriali, anche con impiego in purezza». L’impiego è nell’ambito della rotazione agronomica quadriennale tipica dei terreni ferraresi. I produttori parlano comunque di «piani di fertilizzazione in integrazione con la fertilizzazione chimica, che oltre ad elevare il livello della produzione agricola, conseguono anche l’obiettivo di apportare sostanza organica e a migliorare le caratteristiche chimico-fisiche-microbiologiche del suolo». Il loro impiego di sicuro riduce le emissioni di Co2, rendendo quindi più sostenibile l’intero comparto ortofrutticolo.

Responsabile scientifico delle prove e delle analisi chimiche su terreni e fertilizzanti è il Dipartimento Distal dell’università di Bologna.

Le prospettive

Per Filippo Brandolini, presidente di Herambiente e Enomondo, «oggi abbiamo la dimostrazione che la sostanza organica riciclata, un compost, ha caratteristiche di elevata qualità per l’agricoltura, garantendo la sostenibilità del comparto e la qualità dei suoi prodotti. Senza contare che questi processi consentono di ridurre la dipendenza dall’estero. Serve certo un’organizzazione e un’impiantistica di tipo industriale, che parte dalla raccolta differenziata dei cittadini e passa per i nostri impianti che producono compost e biocarburanti. Ulteriore vantaggio, il fatto che tutto sia molto vicino al luogo di utilizzo dei fertilizzanti, risparmiando così anche inquinamento». Gli impianti sono otto, tra i quali Ostellato, che producono 50mila tonnellate di compost l’anno.

I bio-fertilizzanti, ha aggiunto Nicola Gherardi (Fondazione Navarra), «ottengono risultati per certi versi migliori di quelli tradizionali e restituiscono ai terreni un po’ di sostanza organica che stavano perdendo», dopo decenni di trattamenti chimici.



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