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Crac Carife, bilanci appena sopravvalutati e le obbligazioni 2011 non erano “regali”

Le motivazioni delle richieste di assoluzione dei pm per consiglieri e sindaci. La Fondazione? Non sollecitò manovre


09 aprile 2022 Stefano Ciervo


FERRARA. Non erano nelle condizioni di cogliere i “segnali di allarme” di legge sulla tenuta della banca, in alcuni casi; in altri hanno dato via libera a operazioni lecite, anche se a volte discutibili, come nel caso di alcune collegate all’aumento di capitale del 2011. Su presunte omissioni informative a Bankitalia, in ogni caso, tutto sarebbe già andato in prescrizione. Sono questi gli elementi portati dagli stessi pm Stefano Longhi e Barbara Cavallo, con visto del procuratore Andrea Garau, per chiedere l’archiviazione dell’indagine sul crac Carife (o Carife bis), nei confronti dei consiglieri d’amministrazione senza deleghe e i sindaci revisori degli anni dal 2009 al commissariamento della banca, dei vertici della Fondazione Carife di allora e di una serie di altri indagati sparsi per mezza Italia; richiesta già accolta dal gip Carlo Negri.

CALCOLI DA RIFARE

I filoni dell’indagine erano in sostanza quattro. Il primo riguarda le partecipazioni Carife nelle banche minori, negli anni precedenti al crac, che le indagini di polizia giudiziaria avevano giudicato sopravvalutate ai fini di occultare lo stato di pre-dissesto dell’istituto: le perdite di valore correlate erano stimate d’importi rilevanti, fino a oltre 87 milioni per l’esercizio 2011. Questi calcoli sono stati però pesantemente corretti dal consulente dei pm, Giuliano Iannotta, con tanto di transazioni comparabili, che ha portato a poco oltre 5 milioni le sopravvalutazioni, e solo per il 2011; al di sotto dell’1% del patrimonio netto, soglia di punibilità.

L'AFFAIRE CESENA

Il secondo filone era relativo al rientro del finanziamento da 15 milioni di euro concesso da Cassa di Risparmio di Cesena a Vegagest, per fare un favore a Carife, evitando il fallimento dei fondi immobiliari lombardi della galassia Siano con i quali la banca era esposta per 150 milioni. La lettera con la quale Gennaro Murolo, il direttore generale dell’operazione Siano, prendeva impegni su garanzie fideiussorie sul credito era tutt’altro che nota a tutti, «Giuseppe Grassano quale nuovo direttore generale Carife era stato addirittura costretto a far eseguire delle indagini interne per ricercare copia», in quanto non risultava agli atti della banca. E quando i cesenati minacciarono di chiudere il fido e far causa a Carife, che avrebbe “sollecitato” l’operazione e fornito garanzie, i nuovi amministratori, forti di un parere legale, provarono a salvare l’operazione anche rischiando ulteriori guai in Vegagest: di qui le delibere in favore di Cesena fino, in sostanza, ad accollarsi il fido arrivato nel 2014 a 12,8 milioni.

Consiglieri e sindaci non avevano responsabilità degli accordi (colpa solo di Murolo, dicono i pm) , e poi hanno proceduto con «agire informato», anche perché da una parte si nota «la mancanza di qualunque espressa sollecitazione da parte di Banca d’Italia in ordine all’eventuale necessità di disimpegnarsi nei confronti di Vegagest»; e dall’altra il nuovo dg, Daniele Forin informò che «l’incremento dell’esposizione netta verso il gruppo Siano sarebbe stato comunque inferiore al limite individuale sul patrimonio di vigilanza».

OBBLIGAZIONI BUONE

Il terzo filone era l’emissione di un prestito obbligazionario da oltre 68 milioni di euro riservato ai sottoscrittori dell’aumento di capitale “salvifico” del 2011. Secondo le indagini della Finanza si era depauperato il patrimonio con tassi d’interesse del 4,25%, fuori mercato, distraendo oltre due milioni; accuse infondate, ammettono gli stessi pm, se i titoli di Stato all’epoca offrivano il 5,5%.

FONDAZIONE SALVA

Infine, i 5 milioni di aumento di capitale sottoscritti dalla Finposillipo, società in buoni rapporti con Commercio&Finanza, controllata da Carife, con la promessa di un rapido rientro. L’ipotesi d’accusa era di un’operazione fittizia e studiata per evitare spese insostenibili alla Fondazione Carife, che si era impegnata a sottoscrivere l’inoptato. Ma le azioni vennero effettivamente acquistate, quindi niente aggiotaggio, e le successive manovre che coinvolsero società della galassia Lucchi (ancora Cesena) sono state ritenute dagli stessi pm lecite o comunque non imputabili ai consiglieri. «Nessuna prova di qualsivoglia condotta istigatrice» sull’operazione è imputabile ai vertici di allora della Fondazione, Piero Puglioli e Guido Reggio.


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