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Dopo la sentenza

Bruciò la ex, "spinto da movente femminicida"

Il casolare bruciato dove venne uccisa Atika
Il casolare bruciato dove venne uccisa Atika

Corte d'assise di Bologna, motivazioni della condanna all'ergastolo di M'hamed Chamekh per l'omicidio di Atika Gharib: "Era mosso da volontà di possesso virile sulla donna, senza alcun pentimento"

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M'hamed Chamekh, 42enne marocchino condannato all'ergastolo (con isolamento diurno di 4 mesi) per l'omicidio dell'ex compagna, la 32enne Atika Gharib, è stato spinto da un "movente abietto", un "movente femminicida", che è "maturato per riaffermazione della volontà di possesso 'virile' sulla donna, e per barbara necessità di vendicare il proprio malconcepito senso di onore, cui non si è accompagnato alcun pentimento; anzi l'omicidio è stato rivendicato con orgoglio e soddisfazione". È questo il cuore della motivazione che ha portato la Corte d'Assise di Bologna, presieduta dal giudice Domenico Pasquariello, a giudicare colpevole, lo scorso febbraio, l'ex compagno della 32enne, trovata carbonizzata in un casolare abbandonato a Castello d'Argile, nel Bolognese.

Il corpo di Atika Gharib venne ritrovato il 2 settembre 2019. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, il 42enne attirò la donna con la promessa di restituirle i documenti che le aveva sottratto tempo prima, quando lei, che era residente a Ferrara, lo aveva cacciato di casa e denunciato per molestie nei confronti della figlia minorenne. A carico dell'uomo c'era anche un divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla ex fidanzata e dalla ragazzina. La vittima aveva raggiunto poi Chamekh e una volta nel casolare il 42enne l'avrebbe soffocata: subito dopo, per cancellare le prove, diede fuoco al corpo e all'edificio. Ora per i giudici "non si è trattato di un movente passionale, né maturato esclusivamente in sentimenti di gelosia, che alcuni più datati precedenti di legittimità escludono rientri nell'aggravante in esame". "E' emerso evidente come la condotta omicidiaria non sia stata improvvisata - scrive ancora la Corte - e tanto meno d'impeto, ma sia maturata e si sia radicata negli intenti dell'omicida, sia stata annunciata nelle minacce di morte, poi attuata secondo un piano predeterminato, comprensivo dell'inganno per attirare la vittima e condurla seco nel luogo dell'omicidio, della scelta di questo, dell'apprestamento del necessario per compiere il delitto e per nascondere le tracce, della fuga all'estero successiva".

Per l'avvocata Marina Prosperi, che ha rappresentato l'intera famiglia della vittima, costituita parte civile, le motivazioni della Corte d'Assise di Bologna segnano "un importante salto nella giurisprudenza, che riconosce come aggravante di genere, il movente di un femminicidio, poiché determinato in una cornice maschilista, 'il possesso virile sulla donna', e patriarcale nel quale si misura 'il malconcepito senso dell'onore'". La legale ha aggiunto che "sono due parole inserite in una sentenza di 22 pagine, ma sono un grande passo nella tutela e nella difesa delle donne". Anche l'Unione donne in Italia (Udi), che era parte civile nel processo, il giorno della lettura del dispositivo aveva chiesto di riconoscere nella sentenza questo omicidio come femminicidio, "valutando l'etimologia di questa parola".

Alessandro Cori