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Ferrara, il “vassoio” salva-piante: «Batte la peggiore siccità»

In via Baluardi primi risultati della sperimentazione dell’auto-irrigazione israeliana. Le foglie nuove stanno meglio dopo la “strage” del 2021. Ma c’è chi danneggia


17 maggio 2022 Stefano Ciervo


FERRARA. Tra i filari di robinie e bagolari che fanno da cornice alle mura di via Baluardi, dalla spianata del parcheggio verso via Quartieri, ci s’imbatte in diverse tipologie di alberi. Ci sono piante rigogliose e quasi centenarie, e impianti molto recenti, con tanto di sostegni: e anche tra questi ultimi ci sono differenze abbastanza evidenti. «Ecco, questi sono foglie d’impianti tradizionali, sono un po’ ripiegate per la sofferenza causata dalla siccità di questi mesi, anche se si trovano in una zona relativamente fresca - spiegava ieri mattina l’assessore all’Ambiente, Alessandro Balboni - Queste altre, invece, più giovani e di dimensioni inferiori, sono belle distese: possono infatti giovarsi della irrigazione che deriva dall’impianto del “vassoio israeliano”». Al piedi della pianta, si nota appena nel verde cresciuto rigogliosamente nel giro di poche settimane, questa “padella” di materiale plastico con scanalature a raggiera: è una tecnologia semplice quanto efficace, almeno nel deserto del Negev per la quale è stata creata, che consente di convogliare acqua direttamente alle radici degli alberi, prelevandola dall’umidità atmosferica. A Ferrara ne sono state installate duemila, nell’ambito del progetto europeo Air break, con un risparmio di risorse idriche e inquinamento atmosferico che sarà misurato con precisione dai ricercatori di Unife, pure coinvolti nel progetto.

CONDIZIONI DI BASE

Ferrara è stata scelta per sperimentare questa tecnologica inventata dall’israeliano Oded Distel e dalla sua Tal-ya per il suo tasso d’inquinamento “padano” e per determinate condizioni meteo... simili a quelle del deserto mediorientale. «Sì, anche se può sembrare strano la forti differenze di temperatura e di umidità tra giorno e notte tipiche di quelle aree si ritrovano anche in città» sottolinea Balboni. Di qui l’idea di sottrarre umidità dall’aria per convogliarlo nelle radici di piante che devono essere comunque irrigate, e nello stesso tempo “mangiare” un po’ d’inquinamento con l’impianto di alberi molto adatti a questa funzione, come appunto robinie e bagolari. Tra l’altro le nuove piante contribuiscono a mitigare l’effetto isola di calore che colpisce molti quartieri della città.

L’installazione dei vassoi Tal-ya, all’inizio dell’anno, è arrivata in coincidenza con un periodo particolarmente siccitoso: basti pensare, secondo i dati del Servizio ambiente, che nell’estate scorsa sono risultate dimezzate le precipitazioni e dei nuovi alberi impianti da un anno a questa parte, soprattutto querce e lecci, uno su venti è andato perduto, pur in presenza d’impianti d’irrigazione tradizionali. A questo si aggiungono cento giorni ininterrotti senza piogge nella prima parte della primavera.

COME FUNZIONA

I duemila vassoi di color grigio, di polipropilene, sono stati impiantati oltre che in via Baluardi, anche attorno al cimitero di Mizzana, in zona Fiera, in via Bologna dalle parti del McDonald’s e nell’area di Ferrara Nord. Il costo è davvero contenuto, 2 euro a vassoio, e la manutenzione quasi inesistente: «Funzionano anche se sono semi-coperti dall’erba, oppure non del tutto ripuliti da rametti e vegetali» è la convinzione dell’assessore, in attesa quantomeno della conferma da parte dell’università. Anche se ci sarà da guardarsi dai danneggiamenti, già qualcuno è evidente a poche settimane dall’installazione. Ieri verso le 12 il piatto era già del tutto asciutto ma prima dell’alba l’umidità vi condensa sopra e viene convogliata direttamente alla radici della pianta. Il piatto del vassoio è interrato rispetto al piano, e funziona anche da copertura in grado di preservare l’umidità naturale del terreno, proteggendo le radici della pianta dal sole estivo.

È chiaro che questo primo intervento servirà più che altro per testare l’efficacia di questa tecnologia alle nostre latitudini; Air break tuttavia è pensato per ottenere risultati misurabili in termini di lotta all’inquinamento e di protezione dagli effetti del calore nelle città, e quindi anche da questi “vassoi” pionieristici si attendono progressi nelle aree d’impianto. «Se avremo capacità di pensare anche in ottica più di lungo termine, 20-30 anni, sono a tecnologie come questa che dovremo guardare, perché sfruttano le risorse già disponibili e sono ad impatto zero sull’inquinamento» è la chiosa di Balboni. Magari sfruttando sinergie con chi questi materiali di conosce bene, cioè il petrolchimico.

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