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Omicidio Diolaiti

«Niente case di cura per me, è meglio il carcere perchè c'è la palestra e trovo delle amiche»

«Niente case di cura per me, è meglio il carcere perchè c'è la palestra e trovo delle amiche»

Sara Corcione dal giudice, che sollecita per le sue condizioni psichiche: «Fate subito una perizia psichiatrica» 

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Ferrara Resta poco più di mezzora in tribunale, davanti al giudice Danilo Russo, alla pm Lisa Busato e al suo avvocato Gianni Ricciuti. «Confermo quanto già dichiarato», sussurra Sara Corcione, 38 anni, al giudice, ossia quanto ha già raccontato, ammettendo di aver ucciso, avvelenandola, la madre di 62 anni, Sonia Diolaiti. Non può far diversamente, e con la sua sintesi risparmia i dettagli dell’omicidio, già vergati nel decreto di fermo da convalidare, che la procura aveva scritto sabato mattina, arrestandola per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla parentela. Un omicidio pensato e realizzato comprando su Internet il “veleno”, una sostanza chimica (nitrito di sodio) , mortale a dosi elevate, dopo aver preso spunto – aveva detto agli inquirenti - «da un altro omicidio», quello di Casalecchio, nel Bolognese: dove un figlio ha ucciso il patrigno e tentato di uccidere la madre, mettendo nitrito di sodio nella pasta condita con il salmone, mentre lei aveva scelto di mischiarlo dentro al tè, dato poi alla madre.

È il classico caso di copycat crime, dicono i criminologi anglosassoni, delitti commessi emulando altri assassini, copiano i loro omicidi. Un quadro già chiaro, chiarissimo, anche se ieri il giudice Russo si è riservato di convalidare il fermo (quasi scontato), in attesa di scrivere e depositare l’ordine di custodia. Al momento, la donna resta detenuta in carcere alla Dozza di Bologna (sezione femminile) perché è l’unica sistemazione giudiziaria che può avere. Ma in carcere non dovrebbe starci. Viste le sue condizioni psichiatriche, il suo “disagio psicologico” che ha, di fatto, innescato la tragedia di via Ortigara. Infatti, da quanto si apprende, nell’udienza di ieri mattina, è stato lo stesso giudice Russo a sollecitare le parti, la procura e difesa, a chiedere di eseguire al più presto la perizia psichiatrica, in modo che Sara Corcione possa avere un “riconoscimento” giudiziario del suo stato psichico con tutto ciò che ne consegue: una parziale o piena infermità.

Del resto, la percezione degli inquirenti – e dello stesso difensore – della ridotta capacità di intendere e volere della donna (se avesse avuto piena consapevolezza di ciò che stava facendo avvelenando la madre) era più che evidente durante l’interrogatorio. Un esempio di quel suo disagio assoluto, nascosto, pericoloso? Eccolo, in poche parole: «Io non voglio andare in case di cura», aveva detto Sara Corcione alla fine dell’interrogatorio sabato mattina quando gli inquirenti stavano cercando una soluzione alternativa al carcere. Anzi, lei stessa, aggiungeva alla sua richiesta, scegliendo la cella: «Io voglio andare in carcere, preferisco il carcere, lì almeno c’è la palestra e lì mi posso fare tante amiche». Basterebbe questo passaggio dopo il lungo interrogatori durato oltre 4 ore e mezzo, sabato dalle prime ore fino alla mattinata, per confermare la situazione di criticità psicologica se non psichiatrica della donna.

Ma per dimostrare questo disagio che rappresenta una “attenuante”, nelle indagini per un omicidio servono riscontri, certezze, prove. Ecco allora che l’avvocato Ricciuti, in un primo luogo, vuole raccogliere tutti gli elementi possibili per ricostruire la storia clinico-sanitaria di Sara Corcione: dai ricoveri in strutture psichiatriche quando era adolescente, alle cause dei lunghi periodi di degenza, alle cure cui veniva sottoposta, i nomi dei medici curanti. Insomma, servono carte e ancora carte che possano dimostrare che quel disagio non è cosa nuova. Anzi. Risale a quando lei era ragazzina e ragazza. E poi, negli anni, la gestione di queste situazioni sarebbero causa scatenante dei rapporti conflittuali tra madre e figlia: madre che voleva il suo ricovero, in passato, soluzione mediata dal padre Stefano Corcione che la riportava a casa. E poi, come stiamo raccontando da giorni, dopo la morte del padre, le tensioni sono diventate esplosive tra madre e figlia. Ma allora non potrebbe esserci una causa scatenante improvvisa che possa aver determinato la figlia ad uccidere la madre: un rimprovero, un mancato pagamento (vedi omicidio Franzolin in città) un litigio o altro ancora?

«Al momento non risulta – spiega l’avvocato Ricciuti – credo che tutto sia stato compresso in questi anni, come dentro una pentola a pressione che poi esplode».

Dopo aver ucciso la madre, averle dato il veleno (secondo la ricostruzione, la morte risale a mercoledì scorso), la figlia si è completamente disinteressata dell’esito dell’avvelenamento della madre. Che è stata trovata morta nel corridoio di casa sua, venerdì sera scorsa, da vigili del fuoco, 118, carabinieri. Allertati da amici di famiglia, che chiedevano spiegazioni del silenzio di Sonia Diolaiti alla figlia Sara. Che rispondeva loro, limitandosi a dire: «Mamma non penso possa venire in vacanza con voi»l

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