L’addio alla “ferrarese” Elizabeth: «Sei stata importante per tutti noi»
Ieri la cerimonia in Certosa. «Ora intitoliamole il centro di via Resistenza»
Ferrara Dalla foto appoggiata sulla bara, Elizabeth sembra guardare con occhi stupiti la piccola folla che ieri, commossa, si è riunita dentro e fuori l’aula del commiato della Certosa per dirle addio.
«Ben ben, Elizabeth, che ci facciamo qui?», si chiede con malinconica ironia, quasi rispondendole a distanza, una della tante amiche ferraresi che in questi anni di adozione reciproca hanno imparato a conoscerla «a modo nostro, esasperante e cristallina, con il tuo humour fulminante e i tuoi modi di dire diventati leggendari. Sei stata importante per tutti noi; ed eccoci qui, ora, tenuti insieme da te».
Arrivata a Ferrara dagli Stati Uniti per studiare Medicina, Elizabeth Alper era riuscita nell’impresa di diventare più ferrarese dei ferraresi. Al punto che il cognome era ormai superfluo, lei era Elizabeth, e tanto bastava. E la città l’aveva abbracciata senza riserve, come un assioma, tutta intera «nella sua diversità da accettare e tutelare – ha ricordato con voce spezzata Melina Maisto, che di quella unicità si era fatta custode – Non si è mai voluta adeguare, e voglio ringraziarla per questo, ha difeso il suo essere se stessa con ironia. Così come in questi anni ho cercato di proteggerla, magari non sempre come avrebbe voluto, prendendo decisioni che non sempre erano quelle che lei preferiva, ma sempre per il suo bene».
È stata proprio Melina Maisto, martedì 26 luglio, a trovare Elizabeth senza vita nell’alloggio di via Paradiso che le era stato messo a disposizione tramite il progetto della cooperativa sociale Scacco Matto. Aveva 74 anni. «Ma fino all’arrivo del 118 non volevo convincermi di quello che era accaduto».
Un ringraziamento a tutti gli amici di Elizabeth è arrivato da oltreoceano, dal fratello minore Howard, «per averla voluto ricordare mia sorella, unica nel suo genere, e per aver saputo vedere oltre la superficie, segno di profonda umanità. Vi benedico per questo». Parole affidate a Elettra Garuti, che ha voluto ricordare l’impegno dell’assistente sociale e del medico di base «che hanno seguito Elizabeth con grande affetto» e ringraziare tutti coloro che hanno partecipato alla raccolta fondi («la Cgil, l’Arci, ma anche molti privati cittadini») per organizzare il rito funebre.
Sono tanti i luoghi cittadini, che parlano di Elizabeth. Spazi di incontro, scambio e dibattito: il Boldini, il cinema Manzoni, la sala Estense, il centro sociale di via Resistenza che ieri un’altra amica, Giuliana Andreatti, ha proposto di intitolarle.
Anche se in fondo, ha osservato Luca dopo aver deposto una rosa rossa sulla bara, «soprattutto nell’ultimo periodo non era tra le mura che Elizabeth cercava rifugio, era nelle relazioni umane che cercava protezione e felicità. Si nutriva di rapporti umani, ed erano tutti autentici, senza retorica. Se ti chiedeva come stai era perché le interessava davvero saperlo».
Quando la conobbe, vent’anni fa, all’Università, «dove occupava due tavoli con tutti i suoi appunti, le sporte, i ferri per lavorare a maglia, non potevo immaginare il valore di quell’incontro con una persona che, allora, mi sembrava così estranea e lontana. E invece si era instaurato un legale profondo, da cui ho imparato tanto. Lei era presente in tutti gli spazi in cui c’era movimento, creatività e socialità. Mi aveva mostrato il modo in cui difendeva le cose a cui teneva di più, nascondendole in luoghi separati. Forse ha fatto così anche con noi, ci ha reso ognuno custode di una parte di sé» .l
A.M.
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