Ferrara, don Bedin per gli “ultimi”: servono dormitori e apertura
In città accolti otto dei profughi sbarcati a Brindisi
Ferrara «A Pasqua quest’anno mi propongo di non aver paura delle fragilità di cui sono impastato», dice Don Domenico Bedin auspicando che si possa fare di più in città per gli “ultimi” che anche in questi giorni si recheranno alle mense, o avranno bisogno di un dormitorio. Perché «il vero Rinascimento è una città che ha attenzione per le persone più in difficoltà e che sa creare luoghi e cittadini che sanno accogliere e prendersi cura degli altri. Una città che sa esprimere questo livello di civiltà ha molto a che fare con le opere d’arte: è davvero un’opera d’arte». E se a Ferrara non ci sono numeri tali da formare file davanti ai servizi sociali non significa che non si possa fare di più: servirebbe un nuovo dormitorio, quelli esistenti sarebbero da risistemare, e si potrebbe fare uno sforzo dal punto di visto qualitativo e umano, è la sintesi di Don Bedin. Che intanto è stato chiamato ad accogliere otto profughi, quelli sbarcati recentemente a Brindisi dalla Geo Barens, e la scorsa notte è andato alle 2 a Bologna per accoglierli distribuendoli nelle strutture della provincia. «Non so chi siano e neppure da dove vengano – diceva prima di vederli – Lo scoprirò quando scenderanno dal pullman e stringerò loro la mano e magari non potrò scambiare neppure una parola nella loro lingua. Loro non sapranno dove li porterò e che molti nella nostra terra non li gradiscono e che non vogliono che si aprano altre case per accoglienza. Vado a prenderli anche a nome loro perché un giorno non si dica che la nostra terra è stata inospitale».
Ora sono a Ferrara, «nelle nostre strutture ad occupare posti che nel frattempo si erano liberati – ha poi raccontato Don Bedin – sono pakistani e stanno male. Erano scalzi, nudi, con una coperta addosso, avevano molta voglia di riposarsi». E poi, appunto in questi giorni di festa che tali non saranno per tutti, è tornato l’appello alla città a sostenere i poveri, quanti si recheranno alle mense per mangiare o nei dormitori, che a Ferrara non sono abbastanza né conformi. «C’è ancora freddo – fa presente sempre Don Bedin – e i due dormitori sono pieni. A maggio quello di XX Settembre chiude perché “l’emergenza freddo” finisce il 31. Quasi ogni giorno si legge che ci sono sgomberi da luoghi marginali e fatiscenti ma non si capisce se queste persone sono poi accolte in strutture di accoglienza: noi non riceviamo richieste in seguito a questi blitz. Nella mensa le persone sono quasi sempre una quarantina a mezzogiorno – racconta Don Bedin – e una trentina alla sera e più o meno le stesse, ogni tanto si affaccia qualche faccia nuova ma non è facile intrecciare un rapporto con essi che come ombre passano. A Ferrara i numeri non sono tali da creare assembramenti o file davanti ai servizi sociali o alle varie associazioni ma proprio per questo si potrebbe fare di più. Chiedere un nuovo dormitorio non è un’uscita estemporanea. I due esistenti sono ormai da risistemare per renderli razionali e igienicamente conformi. Ma si può fare di più soprattutto dal punto di vista qualitativo e umano.
Con coloro che si accolgono usare delicatezza e pazienza, cercare un dialogo che porti a progetti di vita che dopo aver “restaurato” il passato dia nuove opportunità sicuramente esigenti ma anche concrete e stabili. Poi ci sono coloro che sembrano “irrecuperabili” e che da tanti anni ci accompagnano passando da una struttura all’altra... senza risultato». Eppure il tenere con sé uomini e donne che non ce la fanno e che restano in quel limbo che li trascina da una panchina all’altra o dal pronto soccorso al dormitorio passando per una mensa è una grande cosa. Sono i nostri fratelli fragili, che magari vorremmo sgomberare perché ormai sono un peso e sono anche brutti da vedere e per questo sembrano pericolosi; invece sono quella parte di noi che ci fa paura ma che se siamo capaci di guardarla in facci ci mostra che siamo uomini e donne veri, senza maschere e ipocrisie e per questo autentici. A Pasqua – dice allora Don Bedin – quest’anno mi propongo di non aver paura delle fragilità di cui sono impastato». l
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