La Nuova Ferrara

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L’editoriale

Il gran seduttore e quell’ultimo assalto al Colle

Luciano Tancredi
Il gran seduttore e quell’ultimo assalto al Colle

Una vita e una carriera fondate sulla fascinazione e un sogno sfumato

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Fu quella volta che Berlusconi risvegliò un ragazzo dal coma che lo conobbi. Era il 1997. Il direttore mi commissionò un pezzo sulla vicenda. Fui incredulo, ma i medici mi spiegarono che non era il primo caso di risveglio con l’ausilio dell’audioterapia. Come fu, come non fu, il sedicenne anconetano Andrea Carloni, milanista sfegatato, uscì dal coma dopo un incidente in moto, mentre ascoltava le parole di Silvio e del capitano Franco Baresi, registrate su un’audiocassetta, che lo invitavano a trascorrere una giornata a Milanello tra gli amati campioni. L’articolo di cronaca, condito con un po’ di ironia per l’ennesimo “miracolo italiano”, finì in prima pagina e così quella mattina ricevetti una chiamata: ti passo il presidente Berlusconi, mi disse il portavoce. Fu una telefonata cordiale che mi lasciò stupefatto, sempre scettico ma, un poco, confesso, anche sedotto.

Il Cavaliere, il primo dei populisti, era così, la sua innegabile forza seduttiva era riservata ad amici e alleati, alle donne sempre e comunque, ma ancor di più, anzi con vigore e perseveranza maggiori, a quelli che dubitavano delle sue capacità taumaturgiche. Come se non si capacitasse che qualcuno potesse resistergli. Fu così che sedusse gli italiani e cambiò, un po’ in meglio, molto in peggio, il corso della storia del nostro Paese.

Ne avevo avuto un’avvisaglia qualche anno prima. Nell’edificio che ospitava la redazione c’era un parrucchiere con salone di bellezza annesso. Berlusconi era appena disceso in campo. Salendo le scale, sentii un coro di voci che intonavano l’inno di Forza Italia. Mi affacciai, curioso, e vidi il coiffeur, le estetiste, le sciampiste e tutto il personale riunito in cerchio a cantare a squarciagola con la mano sul cuore, invasati.

Ne avrei avuto ulteriore conferma anni dopo, nel luglio 2009, quando fui inviato dal giornale al G8 dell’Aquila, spostato lì dalla Maddalena pochi mesi dopo il terremoto che distrusse la città e provocò 309 morti. Per me, nato e cresciuto all’Aquila, fu straniante vedere i miei concittadini, piegati dal dolore, anche molti di quelli che ricordavo essere di sinistra, accogliere e acclamare il Cavaliere come il Salvatore. Il culto di se stesso alimentato negli anni anche grazie alle sue tv, alle vittorie calcistiche, alle veline, resisteva ancora quindici anni dopo: l’uomo della Provvidenza, l’uomo del nuovo miracolo italiano, il presidente operaio, l’unto del Signore sapeva ancora sedurre nonostante scandali, leggi ad personam e condanne.

Una vita e una carriera fondate sulla fascinazione – e che la sua ultima sposa, di 53 anni più giovane, si chiami proprio Fascina suona come uno scherzo del destino -, condite da un bel po’ di cerone e dalle calze di nylon sulla telecamera. Nonostante il nuovo amore, da qualche tempo era imbolsito, appesantito nella falcata e nell’immagine da trent’anni di processi, dal Lodo Mondadori alle olgettine, di sospetti legami con la mafia e gli stragisti, dalla P2, dalle risatine dei leader mondiali, dai “mister Obaaaamaaa” e dai cicchetti della Regina Elisabetta, dagli epiteti irripetibili alla Merkel, dalle intercettazioni con Tarantini e dalle cene eleganti con le nipotine di Mubarak, dal lettone di Putin e dalle dichiarazioni di amicizia al guerrafondaio, dalle malattie sempre più insistenti e invalidanti. Ma Silvio era ancora lì, irriducibile, a contare con le dita della mano al fianco di Matteo Salvini, a bollare in favore di telecamera Giorgia Meloni come “supponente e arrogante”, a mandare a quel paese in mondovisione Ignazio La Russa.

Erano i suoi alleati, ma in fondo mai veri amici come quelli con i quali tentò l’ultimo affondo, la scalata al Quirinale. Fu Il Tirreno a svelare al mondo (e forse contribuì a scongiurare una manovra imbarazzante per il Paese) la lettera segreta di Denis Verdini a Dell’Utri e Confalonieri: “Caro Marcello, caro Fedele, è stata davvero una bella mattinata nella quale alcuni “vecchietti arzilli” come quelli di Cocoon, hanno ritrovato il gusto del sogno. Ed è stato bello sognare di mandare Silvio al Quirinale…”. Ma il sogno si infranse subito e il declino degli arzilli vecchietti, tra il carcere e ora la morte, segna la fine di una cavalcata che ha accompagnato e diviso gli italiani per trent’anni e ci consegna un’eredità politica e morale discutibile, sulla quale c’è ancora molto da capire e, forse, da svelare.

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