Ferrara, lei ritratta, ma lui viene condannato per stalking
Ieri la pena di due anni e mezzo anni solo per gli atti persecutori, dopo un processo teso e difficile. Cadono le accuse di violenza sessuale che lei ritirò: «Il nostro era un rapporto tossico»
Ferrara Alla fine del processo, la sentenza, “salomonica”, nel senso che equilibra accusato e accusatrice: lui, l’ex compagno di turno condannato alla pena di 2 anni e mezzo di carcere, ma “solo” per stalking, non per violenza sessuale nei confronti della donna. La donna, alla quale i giudici del tribunale (tre donne, dettaglio importante) hanno riconosciuto che diceva la verità nonostante la sua ritrosia, paura; nonostante avesse ritrattato e quasi “perdonato” in aula davanti ai giudici il suo ex che la riempiva di botte, offese, violenze, che spaccava tutto e le sporcava casa con le feci sparse. Alla fine, però lui è stato assolto dalla accusa di violenza sessuale nei confronti della donna, anche perché, ribadiamo, lei all’udienza scorsa tesa, nervosa e imbarazzante, a tratti tra singhiozzi e implorazioni, aveva ritrattato tutto. Così ieri nel pomeriggio, a conclusione di questo processo, il pm Ciro Savino aveva chiesto al condanna a 3 anni per il reato di stalking, mentre i giudici hanno valutato che ne bastavano due anni e mezzo.
Per tutti gli episodi di prevaricazione, violenza e quelle offese grevi e gratuite, comportanti conflittuali tra due persone 40enni, legate da un rapporto “malato”, come ha sostenuto anche la psicologa sentita in aula, come lei stessa, la donna vittima aveva raccontato ai giudici sostenendo che la loro era «una relazione tossica». Tossica a tal punto da indurla, per ore – alla precedente udienza – a tentar in ogni modo di ritrattare tutte le accuse verso di lui: ripetiamo botte, violenze, porte di casa sfondate, pugni in faccia agli amici di lei con i quali aveva relazioni parallele, e poi la rabbia senza confini di lui, vinto e roso dalla gelosia. La donna non aveva sentito ragioni, in aula difendendo quella “tossicità”: visto che lo stesso pm Savino l’aveva informata del rischio del reato di calunnia (accusare qualcuno di fatti falsi e poi denunciarlo alla giustizia): rischiava l’effetto boomerang, anni di condanna lei stessa. Lei voleva solo andarsene dall’aula: «Posso andar via adesso», chiedeva dopo aver rinnegato le accuse su di lui che fece ai carabinieri.
Ma non poteva farlo. E allora sono rimasti i racconti di tutte le violenze parallele per tre anni dal 2019 al 2022. Quando ad esempio lui aveva sfondato la porta del bar (con un pugno) rompendo il vetro, davanti ad altri testimoni. O la porta di casa di lei, e lei a dire: «Non l’ha sfondata, l’ha aperta perché era difettosa». E poi le botte che lui distribuiva agli altri compagni di lei. Dati oggettivi, che hanno sostenuto le accuse.
L’avvocato dell’uomo Gianni Mantovani, ha ribadito che tutto andava letto sotto il filtro di quel rapporto tossico. «Leggerò le motivazioni, e valuterò», ha spiegato dopo la condanna.
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