Ferrara, lascia ambulatorio e sindacato: «Medico di famiglia lavoro tremendo»
Ucci: «Vittima di burn out, ritmi eccessivi»
Ferrara Ha inviato la lettera di dimissioni all’Asl e alla fine di aprile ha lasciato le stanze al poliambulatorio Guercino di Cento, dove riceveva ogni giorno decine e decine di pazienti. Nicola Ucci ha stracciato a 59 anni la convenzione da massimalista con l’Asl per diventare «battitore libero, con questo mestiere non c’è il rischio di restare disoccupati», e il suo addio non è certo passato inosservato: il medico ferrarese ha infatti lasciato anche la presidenza del sindacato Snami, dalla quale per anni è stato in prima linea per affrontare i problemi della categoria. «Posso dire di essere vittima del burn-out di un lavoro che dagli anni del Covid è diventato tremendo» sono le parole, un po’ amare, d’inizio racconto.
Cosa l’ha spinta a dare le dimissioni?
«Mi sono trovato a chiedermi se valesse la pena continuare per altri 10-12 anni, fino alla pensione, con i ritmi che mi trovavo ad affrontare, nella consapevolezza di non poter garantire ai miei pazienti la qualità dell’assistenza che avrei voluto: il tutto, detto tra parentesi, senza diventare ricco, anzi».
I ritmi di lavoro, allora: i medici di famiglia non hanno l’obbligo di aprire ambulatorio per sole tre ore al giorno dal lunedì al venerdì?
«È quanto previsto, sì, il che vorrebbe dire 15 ore alla settimana. Bè, io solo al lunedì lavoravo dalle 7 di mattina alle 2 di notte, come cena una pizza da asporto, e non esagero. Effetto solo in parte delle ore di ambulatorio, che per i miei 1.800 pazienti erano comunque 5, dalle 14 alle 19, ma dell’attività di assistenza precedente e successiva, compresi i certificati medici per il lavoro, la burocrazia, l’attività a distanza e i comportamenti indotti dal Covid».
Cioè?
«Un paio di mesi fa una paziente mi chiama 17 volte di seguito. Appena riesco a richiamarla le chiedo cos’era mai successo, e lei dice “volevo solo un consiglio per il raffreddore”. Capita piuttosto di frequente, la pandemia ha reso le persone più ansiose e preoccupate del loro stato di salute. Nel periodo Covid si è sperimentata poi la medicina a distanza di massa per test, certificati, ricette, impegnative, ma tutto questo presuppone un aggravio di lavoro per il medico che deve fare da tramite con l’Asl. Con il rientro dell’emergenza questi problemi si sono ridotti solo di poco».
Resta però il weekend per staccare, o no?
«Siamo ai sette giorni su sette, invece. Perché a nostro carico c’è anche una quota di assistiti non in grado di deambulare, che bisogna andare a trovare a casa. Con gli orari che si fanno nei giorni di ambulatorio c’è modo di farlo solo il sabato o la domenica. E sempre nel weekend si collocano le iniziative extra come le campagne vaccinali per i Covid. Non a caso negli ultimi tempi mi ero ritrovato con una lista d’attesa di 3 settimane per visitare i pazienti non urgenti, una cosa che non va bene».
Il problema è collegato all’altissimo numero di pazienti in carico, 1.800: come ci si arriva?
«In Emilia Romagna il rapporto ottimale è più basso, 1.300 assistiti. Si può portare a 1.500 con i massimali e poi c’è appunto la terza soglia che comprende anche gli assistiti temporanei, compresi quelli di territori confinanti, che non dovrebbero restare più di un anno. Invece i 1.800 pazienti diventano permanenti».
Non c’è la possibilità di farsi aiutare da collaboratori, visti i vostri stipendi e i fondi previsti ad hoc dalla Regione?
«I medici di famiglia sono liberi professionisti, non dipendenti, e quindi gli “stipendi” sono in realtà importi lordi dai quali detrarre tasse e compensi per collaboratori. Servono una segretaria, un’infermiera per le attività ambulatoriali e un aiuto medico: sempre più difficile da trovare, per le carenze accumulate in trent’anni di politiche sbagliate e per il fatto che fin dal primo anno di corso i colleghi possono aprire un loro ambulatorio, quindi non offrono disponibilità. Io comunque termino questa mia esperienza professionale con il conto corrente allo stesso livello di prima, anche se, lo ammetto, ero stato attratto dalla narrazione che “si lavora il giusto e si guadagna bene”».
Come l’hanno presa i pazienti e i suoi colleghi?
«Guardi, non ho trovato un collega che mi abbia detto “ma sei sicuro, ripensaci”, tutti a congratularsi per la decisione. I pazienti mi hanno inondato di messaggi dispiaciuti e ringraziamenti, in effetti il medico di famiglia diventa quasi un parente per tanti: un po’ mi sento come se li avessi traditi, ma non potevo più andare avanti così. Con questa scelta tra l’altro riparto come fossi un neolaureato, tutte le priorità sono azzerate».
In definitiva, che bilancio trae di questa sua esperienza da medico di famiglia?
«Lavoro dal 1995, sono ginecologo della riproduzione e ho fatto tanti lavori in ambito medico: posso dirle che questo è stato il peggiore». l
Stefano Ciervo
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