Ferrara, una diga contro il caporalato
Il fenomeno sta assumendo nuovi contorni nel Ferrarese, Alba (Flai Cgil): «È dilagante». La Prefettura è finalmente pronta per costituire la “Rete del lavoro agricolo di qualità”
Ferrara La parola sommerso, secondo la Treccani, nel suo senso figurato e nel linguaggio giornalistico, indica ciò che, «nell’ambito socioeconomico e soprattutto per motivi fiscali, sfugge al controllo, alla conoscenza, alla rilevazione statistica». O, ancora, «riferito a persone, specialmente al plurale, chi, a causa di situazioni economiche, sociali o psicologiche sfavorevoli, ha la peggio, soccombe». Il caporalato, lo sfruttamento dei braccianti da parte di capi senza scrupoli e aziende troppo spesso cieche, fa parte di questo mondo sommerso, che sfugge alla nostra vista, se non quando emerge con il dramma, quando affiora a causa delle sue conseguenze nefaste: la morte, la violenza, qualche testimonianza della miseria che presto dimentichiamo.
Per provare a porre un argine a tutto questo, finalmente anche a Ferrara verrà costituita la sezione territoriale della “Rete del lavoro agricolo di qualità”, un tavolo istituzionale previsto già dal 2016 che raduna tanti enti, dalla prefettura ai sindacati, passando per Comuni, Provincia, associazioni datoriali, per controllare il mercato del lavoro in agricoltura, promuovere il lavoro regolare e contrastare lo sfruttamento di manodopera nel settore. La forma è prevista per il 29 giugno.
«Stiamo arrivando in ritardo», osserva Dario Alba, segretario provinciale della Flai-Cgil. Il mondo sindacale, gli anni scorsi, fu molto critico con verso l’ex vertice della prefettura per la mancata costituzione della rete locale e per aver scarsamente coinvolto i sindacati nei tavoli convocati per il contrasto al caporalato. Oggi le cose stanno cambiando. «Ci dà la possibilità di controllare il mercato del lavoro agricolo sotto molti punti di vista – spiega Alba -. Il primo è quello che riguarda i trasporti, con azioni pubbliche per la gestione del trasporto dei braccianti, che spesso di devono affidare ai caporali dato che non hanno mezzi propri. Vediamo tanti pulmini partire, spesso senza le insegne delle aziende, diretti anche in Romagna, non solo nel Ferrarese». È importante avere un organismo del genere, ancora di più in un periodo di crisi: «Le associazioni di caporali possono sfruttare la carenza di manodopera e il bisogno delle aziende con la frutta da raccogliere», afferma il sindacalista. E non sembra un caso che «negli ultimi mesi abbiamo assistito una decina di lavoratori sfruttati e abbiamo presentato delle denunce». La provenienza e la sostanziale chiusura dei gruppi – le grandi risse degli ultimi anni, alcune delle quali hanno dato origine a indagini e processi sul caporalato – rende anche difficile interagirvi e portare a una maggiore integrazione e consapevolezza sul diritti: «Sono persone che lavorano anche 12-16 ore al giorno, come fanno ad andare a scuola d’italiano? », si chiede il segretario della Flai.
Un fenomeno persistente, anzi, come dice Alba, «dilagante nel Ferrarese», in particolare nell’area di Portomaggiore e Argenta, dove molte persone provenienti dal Pakistan «subiscono anche violenze» e sono costrette in un sistema di sfruttamento. Sistema che, come spiega ancora il sindacalista, sembra assumere contorni peculiari nel nostro territorio: «I braccianti spesso vengono assunti direttamente dalle aziende e i caporali si fanno “rimborsare” il denaro». È un modo per far dare un’apparenza lecita a ciò che lecito non è. «La maggior parte delle aziende – chiarisce Alba – sono rispettose dei contratti, però c’è chi non lo è, una minoranza che fa dumping contrattuale ma se lottiamo tutti in questo senso ne beneficeranno tutte le aziende sane». l
Daniele Oppo
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