Ferrara, uccise la madre con il tè al veleno: a gennaio andrà in corte d’assise
Sara Corcione rinviata a giudizio per l’omicidio volontario di Sonia Diolaiti. I suoi legali chiederanno una perizia sulla capacità d’intendere e volere
Ferrara Il 18 gennaio del 2024 davanti alla corte d’assise di Ferrara per rispondere di omicidio volontario aggravato. È ciò che attende Sara Corcione, la 38enne che nel luglio dello scorso anno uccise la madre Sonia Diolaiti, 62 anni, facendole bere del tè avvelenato con il nitrito di sodio.
Corcione, assistita dagli avvocati Antonio Cappuccio e Tiziana Zambelli di Bologna, è stata rinviata a giudizio nell’udienza di ieri dal gup Carlo Negri, come richiesto dalla pm Ombretta Volta .
I suoi legali hanno preannunciato l’intenzione di chiedere una perizia psichiatrica all’assise, dopo che il consulente tecnico della procura – lo psichiatra forense Luciano Finotti – aveva evidenziato come Corcione, pur essendo affetta da un disturbo della personalità fosse comunque in grado di intendere e di volere.
«Ha una carenza di empatia e un vissuto particolare che va evidenziato – sostengono i legali dell’imputata, attualmente ristretta alla Dozza -. Bisogna verificare in che misura abbia capacità di intendere e di volere, dopo che anche il consulente della procura ha riscontrato un disturbo della personalità paranoide e schizoide».
La donna aveva pianificato da molto tempo l’omicidio della madre, con la quale aveva un rapporto molto conflittuale – si sentiva ingabbiata da lei e disprezzata – e che si era acuito ancora di più dopo la morte del padre nel 2018, il noto senologo Stefano Corcione, al punto di aver acquistato un anno prima, nell’agosto del 2021, il nitrito di sodio dall’e-commerce cinese Alibaba col preciso scopo di usarlo per avvelenare la madre. Una dose abbonante, per paura che la madre si potesse riprendere.
Il decesso della 62enne venne scoperto nella notte tra venerdì 29 e sabato 30 luglio, su interessamento di un’amica che non riusciva a contattarla e che venne insospettita dalle risposte evasive della figlia, che abitava in uno degli appartamenti di proprietà della famiglia, nello stesso stabile di via Ortigara. La morte era però risalente al mercoledì precedente, quando la donna era rientrata da una breve vacanza. Dopo aver bevuto il tè che aveva già preparato e conservato in frigo, e che la figlia aveva contaminato, la donna si sentì male e provò a chiedere aiuto alla figlia per telefono. Non lo ricevette mai, anzi Corcione raccontò allo psichiatra forense che saperla morta le aveva dato un senso di libertà al punto che quando il giorno dopo capì che era davvero deceduta, uscì a correre, guardò un film di Carlo Verdone: «È stato il giorno più bello della mia vita». Poi pensò di costituirsi, non tanto perché pentita di quanto aveva fatto, ma perché era estate piena e faceva caldo e il cadavere avrebbe iniziato a fare odore. Non ce ne fu alcun bisogno perché il 30 luglio arrivò un’amica della vittima, con la quale doveva andare a Pantelleria, e vedendo che Diolaiti non rispondeva andò insieme alla figlia a chiedere spiegazioni a Corcione, che rispose con una bugia, dicendo che era accaduto qualcosa di grave in famiglia e che non sarebbe più partita per la vacanza. Poco dopo arrivarono i vigili del fuoco, il 118 e i carabinieri.
I due fratelli della vittima si sono costituiti parte civile, assistiti dall’avvocato Fabio Anselmo (sostituito in udienza dalla collega d’ufficio Silvia Galeone). l
D.O.
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