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La pineta di Volano sta morendo: «Il disastro dopo la mareggiata»

Katia Romagnoli
La pineta di Volano sta morendo: «Il disastro dopo la mareggiata»<br>

L’agronomo Pollini: «Le radici dei pini sono rimaste a lungo nell’acqua salmastra». Il consiglio: procedere con la piantumazione di lecci, tamerici e olivelli di Boemia

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Lido Volano Pini marittimi secolari caduti con un desolante effetto domino e altri dagli arbusti rinsecchiti e ormai privi di fronde, lasciano attoniti turisti e ciclisti che attraversano la pineta del Lido Volano, in cerca di frescura o semplicemente per raggiungere lo stabilimento balneare del cuore.

Quello che sino a tre anni fa era un polmone verde, che sprigionava quel profumo inconfondibile di aghifoglie e di resina, oggi lotta per resistere, sotto il peso di una salinità eccessiva, dovuta alla devastante mareggiata del 22 novembre 2022. Una falla nella zona più a nord della località rivierasca, all’altezza dello scannone, provocò la nota ingressione del mare in tutto l’abitato, coinvolgendo, anche la rigogliosa pineta, sorta esattamente un secolo fa. L’allagamento del Lido Volano durò per circa un mese ed è proprio allora che l’apparato radicale superficiale dei pini, ha cominciato ad imbibirsi, in modo letale, di acqua salata. Creata con l’intento di salvaguardare il territorio circostante e di mitigare gli effetti dell’erosione costiera, la pineta, trasformata, a sua volta, nel 1977 in Riserva naturale dello Stato, si snoda per ben 169 ettari nell’area retrodunale, lasciando oggi a chi la attraversa a piedi o in bicicletta, sconforto ed interrogativi per via della sua lenta, inarrestabile agonia. Sul deperimento della pineta, ormai sotto gli occhi di tutti, La Nuova Ferrara ha voluto aprire un focus con un esperto agronomo, Aldo Pollini, ex responsabile dell’Unità Operativa del Servizio Fito-Sanitario regionale (ex Osservatorio Malattie Piante del Ministero Agricoltura e Foreste).

«Non esistono provvedimenti atti a diminuire gli effetti della situazione in corso. Le piante il cui apparato radicale è rimasto più a lungo a contatto con l’acqua salmastra – spiega Aldo Pollini -, sono quelle che hanno manifestato i danni maggiori e più rapidi; le altre piante hanno subito forme più lente di deperimento, che può essersi aggravato nel tempo. Altre piante possono aver recuperato, del tutto o in parte, la loro attività vegetativa. Per eventuali lavori di piantumazione, per rimpiazzare le piante perdute, la scelta delle specie più adatte, per superare eventuali nuovi problemi, può ricadere su quelle che hanno dimostrato una maggiore resistenza alla calamità, la quale si è già verificata».

Secondo Pollini il pomone verde potrebbe ritrovare vigore ed ossigeno, attraverso la piantumazione di lecci, tamerici e olivelli di Boemia, in quanto tutti maggiormente, soprattutto questi ultimi, resistenti alla salinità. Per il sottobosco, già aggredito da tempo dai daini, «lì c’è ben poco da fare – puntualizza Pollini -; quando ci sono ungulati in circolazione, mangiano ovunque, ma esistono in commercio grassi di animali, prodotti naturali, con formulazioni che impediscono agli ungulati di scorticare piante. In questo modo si potrebbero preservare gli alberi dall’azione dei daini».

Un altro suggerimento utile, secondo Pollini, è quello di effettuare un monitoraggio con censimento delle piante poste a dimora nella pineta. L’operazione potrebbe fornire informazioni utili sia sul decesso dei pini marittimi, sia sull’eventuale diffusione di agenti patogeni, che possono seriamente compromettere la salute ed il mantenimento di intere aree boscate e pinetate, come è avvenuto in Liguria, a San Romolo con il matsucoccus feytaudi, una cocciniglia dall’alto potenziale infestante. «Questa è ancora presente in Liguria – conclude Pollini – e negli adiacenti territori tirrenici della Toscana, mentre non risulta segnalata in Emilia Romagna. Ma sono necessari monitoraggi e controlli, perché quando si manifestano queste malattie, in Natura non si può più fare nulla. Si può agire solo in vivaio». 

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