Strage alla stazione di Bologna, il ricordo del pompiere ferrarese
Il 2 agosto 1980 nell’attentato morirono 85 persone. Dal comando di Ferrara i vigili del fuoco partirono per prestare soccorso
Ferrara Il 2 agosto 1980 è impresso nella memoria di tutti. Chi c’era si ricorda esattamente dov’era e cosa stava facendo alle 10.25 di quel tragico giorno, chi non c’era ha imparato a conoscere quella mattina attraverso racconti, articoli, documentari, interviste, manifestazioni… Il 2 agosto 1980, giorno dell’attentato alla stazione di Bologna, resta una delle pagine più buie della storia italiana dal 1945 ad oggi. Nell’attentato morirono 85 persone, i feriti furono centinaia. Tra le vittime ci furono anche cinque persone legate alla provincia di Ferrara; qualcuno vi era nato, qualcun altro si era trasferito… La bomba uccise anche tre turisti tedeschi che, dopo un soggiorno ai Lidi, stavano aspettando il treno per tornare a casa. Negli anni le loro storie sono diventate memoria collettiva. La Regione Emilia-Romagna ha raccolto i loro cenni biografici in un portale (QUI) per conoscere un po’ più da vicino queste vite spezzate. Anche Ivan Ardizzoni, vigile del fuoco ferrarese, ha voluto condividere quei tragici momenti. Ecco il suo racconto di quella giornata:
1980. Anno importante nella mia vita, conosciuta mia moglie, a fine aprile congedo dai vigili del fuoco, metà maggio inizio a lavorare in tv, allora agli inizi, come collaboratore. La paga diciamo non era un gran che e così mi rendo anche disponibile come vigile del fuoco discontinuo. Perfetto, a fine luglio arriva la chiamata turno A per un mese il che vuol dire 4 turni settimanali di 12 ore, 2 di giorno 2 di notte.
2 agosto. Alle 11 “Ivan corri… corri”, chiama mio padre. È davanti al televisore con le braccia incrociate sopra la testa "guarda", e con le mani mi indica lo schermo. Il TG1 edizione straordinaria trasmetteva fotografie molto sgranate di un caos indescrivibile, il conduttore parla di esplosione a Bologna presso la stazione, mentre ascoltiamo suona il telefono, cercano me. “Sono il capoturno Gennari, hai saputo?… se puoi anticipare l'entrata in servizio organizziamo le squadre per la stazione”. “Corro”, rispondo. Mentre pedalo verso la caserma mi vengono in mente le diapositive che solo due sere prima guardavamo in sala mensa in caserma, quelle del vigile sommozzatore Neri, le aveva scattate giorni prima a Ustica dove aveva prestato servizio dopo l'esplosione del volo Itavia. Erano Terrificanti agli occhi di un aspirante grisù di 20 anni. Cosa vedrò questa volta? Dai Ivan un po’ lo stomaco te lo sei fatto, Incidenti in autostrada, corse con l'auto lettiga, qualche incendio…. Arrivo col fiatone per la pedalata, entro in cortile e vedo i mezzi già' in moto, il tempo di prendere il casco e la borsa con la tuta e gli stivali che siamo già in viaggio. Siamo in diciotto.
Sono il più giovane sulla campagnola tutti mi fanno coraggio… Arriviamo in stazione, tutto è frenetico e caotico, ci indicano il parcheggio dei mezzi vvf sulla desta del piazzale, troviamo L'igegner Sarno, nostro vicecomandante che ci stava aspettando. Sirene suonano, i rumori si mescolano indecifrabili, gente che urla coperta dal rumore di un escavatore che si muove sulla parte sinistra della stazione, attorno ad una montagna di detriti. Militari del genio con pala in mano dappertutto, la gru rossa di Bologna aggancia travi da mettere in sicurezza, una quantità di divise mai vista, militari, carabinieri, avieri, polizia e poi la gente, tanta gente, tantissima gente. Tutti vogliono aiutare, tutti spostano tutto, qualcuno piange. Sopra l’escavatore, uno spaccato mostra quello che poteva essere un archivio o un deposito pacchi, lo stanno sgombrando cercando eventuali feriti con l’autoscala in un groviglio di travi enormi. Sotto credo un paio di taxi schiacciati dalle macerie
Dalla porta centrale escono pompieri, persone, militari e infermieri che in qualche modo trasportano persone ferite verso le ambulanze pronte in fila indiana, ci sono anche auto di chi era lì per accompagnare parenti, dietro c’è anche un autobus, il numero 37, diventerà tristemente famoso come l’autobus della morte perché usato per trasportare i cadaveri. Noto che si usa di tutto, una porta usata come barella, una transenna, le coperte delle ambulanze. Qualcuno urla con un megafono, non si capisce cosa, i militari fanno da cordone. L’ingegnere scuote la testa perplesso: “Si fatica a coordinare - ci dice - troppe le persone che danno ordini”. Ci fa cenno di seguirlo, attraversiamo la biglietteria per raggiungere il primo binario, poco davanti alla motrice del treno che lo occupa una targa semi staccata dal fianco racconta il suo probabile tragitto “Ancona - Basel”. La pensilina del primo binario all’altezza delle sale d’aspetto è divelta, guardo con apprensione le tante persone che sono chinate sotto il vagone impegnate a spostare calcinacci, detriti, pezzi di ferro, lamiere, e corpi immobili che vengono coperti da lenzuola. Sotto ci sono anche due persone ferite che si lamentano. Dentro il vagone penso ci siano solo cadaveri. I finestrini sono sporchi di sangue e questo mi fa sussultare, sono sicuro di aver avuto i battiti altissimi, mi agito, ma non sono l’unico. Al primo binario la marea di persone che si muove in fretta convulsamente dà l’impressione di confusione. Attraversiamo un altro binario, l’ingegner Sarno ci da poche raccomandazioni e ci accompagna nel sottopasso. Trattengo il fiato per qualche secondo, un gran polverone e macerie, qualcuno ci porge delle mascherine da ospedale, ci dicono "smassate da qui verso l'ingresso…" il resto vorrei scordarlo per sempre. Pale, picconi e secchi di qualsiasi capienza sono i nostri strumenti. Siamo affiancati da ragazzi che sembrano infermieri, sono dietro di noi e aspettano… Hanno nelle mani sacchi vuoti, aspettano che noi si passi “al setaccio” la montagna di pietre e terra che ostacola l’uscita che porta verso l’esterno, binario 1. Mano a mano che si crea uno spazio sui gradini si forma una catena umana che fa arrivare di sopra i detriti. A me è toccata la pala, non facciamo altro che spostare quello che viene picconato all’interno dei secchi. Mentre smassiamo nella polvere, circolano voci discordanti riguardo l’esplosione, “macché caldaia, qui caldaie non ce ne sono mai state, qui sopra c’è il bar, chissà cosa è scoppiato”. Nella nostra squadra ci riposiamo a turno, ma per poco, solo il tempo di bere, pulire la bocca e ci rimettiamo la mascherina.
“ALT FERMI”.
Ora si usano le mani per spostare le pietre e purtroppo appare quello che non volevi vedere, un corpo tutto imbiancato. Arrivano gli infermieri, inutilmente spruzzano un po’ d’acqua sul volto sfigurato per pulirlo, arriva una barella e in fretta per mia fortuna scompare. Militari e infermieri ci guardano e non parlano, si continua a scavare. In un piccone rimane attaccato quello che sembra un guanto.
“ALT FERMI”
Ma chi porta i guanti in agosto con ‘sto caldo mi chiedo. Ora capisco cosa aspettavano gli infermieri con i sacchetti, non solo gli effetti personali. Sei saranno i corpi semi bruciati, mutilati, pieni di fratture e irriconoscibili che verranno riportati all’esterno dalla nostra squadra, verso sera il sottopasso è sgombro. Ci concediamo un po’ di pausa, siamo fuori all’aperto, l’aria gira, ma il ritmo sulla banchina è ancora frenetico. La luce è quella delle fotoelettriche, lo spazio è diverso, ripulito come meglio si poteva dalle macerie più grosse. Solamente una parete è rimasta a dividere il binario dalla piazza della stazione. L’ingegner Sarno ci racconta che i militari artificieri stanno cercando tracce di esplosivo, tutto quello che a me sembra cartone o spago viene imbustato con cura. A guardare bene si nota un perfetto cerchio umano all’altezza delle sale d’aspetto. Avanzano lentissimi, spostando a mani nude la terra, usano le dita come setacci. Viene trovato il pavimento fatto di piccolissime tessere di mosaico. Passano le ore ed il cratere è evidentissimo. Alle 2,30 ci raduniamo ai mezzi di trasporto, mi tolgo la tuta da lavoro fradicia e lurida, una paglia tirata in fretta, scambio di sguardi veloce tra tutti, poco da dire e si torna verso la caserma, solo allora mi accorgo dell’orologio sopra l’ingresso fermo alle 10,25
Entrati in città con i lampeggianti accesi sulla via Bologna sull’incrocio con Argine Ducale c’è un bar ancora aperto con gente fuori, qualcuno ci urla “venite dalla stazione?”. La mattina dopo rientro a casa, mio padre è lì che mi aspetta, accosto la biga, lui giovane pompiere in tempo di guerra mi guarda, mette una mano sulla spalla e mi dice “poi se ti va mi racconti”. Gli ho solo detto che le parole “alt fermi” le detestavo. Ecco Raul ora sai anche il resto.
