Dalla giustizia alla forza collettiva. L’eredità del caso Aldrovandi
In Sala Estense il convegno organizzato da Associazione stampa Ferrara per i 20 anni dall’omicidio del diciottenne con gli interventi dei giudici Caruso e Maisto. La madre: «Tanto impegno, ma tutto peggiora»
Ferrara Se la memoria è anche un processo collettivo, allora un pezzo di Ferrara ha deciso di disertare o forse dare ancora una spinta all’altro processo, quello della rimozione, che sotterraneamente ha agito fin dal 25 settembre di vent’anni fa. Qualche decina di persone tra il pubblico, sedie perlopiù vuote in Sala Estense per lo sforzo di memoria che è stato il convegno di questa mattina dedicato al “caso Federico Aldrovandi”, il 18enne ucciso da quattro agenti della Polizia di Stato il 25 settembre del 2005, in quella via Ippodromo che tra qualche giorno vedrà un’area verde a lui dedicata. Un convegno messo in piedi dall’Associazione Stampa Ferrara e dall’impegno dei giornalisti Daniele Predieri e Nicola Bianchi. Chi non c’era ha perso riflessioni importanti, anche amare, sul ruolo cruciale di verità, giustizia, informazione e trasparenza in uno Stato democratico.
«Le persone che hanno deciso di intervenire sono state fondamentali – ha detto Patrizia Moretti, madre del giovane –. A partire dalla stampa che, dopo le difficoltà iniziali, ha dato voce a Federico e ha contribuito a portare giustizia. Ma nonostante tutto questo grandissimo impegno non vedo purtroppo un cambiamento, le cose stanno anzi peggiorando». «Grazie a chi fece il proprio dovere», ha detto il padre di Federico, Lino Aldrovandi. Tra loro Anne Marie Tsagueu, testimone chiave: «Senza quella testimonianza, certuni avrebbero continuato a vivere come se nulla fosse successo».
Il giudice Francesco Maria Caruso, che condannò i quattro agenti con una sentenza “blindata” arrivata fino alla Cassazione ha osservato come «il caso Aldrovandi non sarebbe esistito come tale se all'alba del 25 settembre la Polizia avesse compiuto un’onesta riflessione, senza assumere a priori la verità alternativa». Ha sottolineato la necessità di una polizia democratica che agisca in modo democratico, usando la forza solo come ultima istanza.
Francesco Maisto, allora presidente del Tribunale di sorveglianza, ha ricordato: «Gli agenti erano meritevoli di una misura alternativa alla detenzione? Non ne riscontrammo le condizioni per la mancata comprensione della gravità delle condotte, la mancata autocritica, semmai pessime esternazioni su Facebook».
Il prefetto Luigi Savina, questore a Ferrara nel 2006, ha dichiarato: «Bisogna essere trasparenti, anche a proprio beneficio». Ha ricordato di quando nel 2011 l’allora Capo della Polizia Antonio Manganeli volle organizzare la festa del Corpo a Ferrara per chiedere scusa e dimostrare vicinanza: «Quando si sbaglia il modo per rimanere autorevoli è chiedere scusa, e se sei autorevole sei credibile».
Francesca Zanni, autrice del podcast Rumore dedicato alla vicenda, ha osservato: «Le parole che usiamo rimangono e i giornalisti non le hanno sempre usate nel modo giusto nella vicenda Aldrovandi».
Tiziano Tagliani ha ricordato quando «Domenico Bedin ci ha portato la testimonianza di Anne Marie Tseguè, che aveva un nodo interiore che la tormentava, aveva paura di perdere il permesso di soggiorno e afferma di essere seguita dalla polizia, cosa che ho potuto vedere coi miei occhi». Ha parlato anche del presidio del sindacato Coisp sotto gli uffici di Patrizia Moretti in municipio: «Andai a chiedere di spostarsi, il segretario mi disse di andarmene e persi le staffe. Poi con Gabrielli ricucimmo. Anche se oggi in Consiglio c'è ancora chi nel 2019 disse che la Polizia non interveniva in Gad perché noi eravamo intervenuti sulla vicenda di Federico, e allo stesso Consiglio si era candidato quello che allora era il capo della mobile. Sullo sfondo pesa l’ombra della strumentalizzazione che la politica fa dell'ordine pubblico».
«Se non mi sono stancato di parlare di lui – ha detto Andrea Boldrini, amico di Federico e portavoce dell’associazione a suo nome – è perché continuo a sentirlo vivo nei rapporti che ha generato. Le amicizie, le reti, le comunità che sono nate in questi vent’anni sono forse la sua eredità più grande. Non un’eredità di vittimismo, ma di forza collettiva».
Presenti anche la senatrice Ilaria Cucchi, l’avvocato Fabio Anselmo, il prefetto Massimo Marchesiello, il questore Salvatore Calabrese e l’assessora Angela Travagli. L’incontro è stato moderato da Alberto Faustini, già direttore della Nuova Ferrara .