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Aldro, un romanzo per non dimenticare – L’estratto

Aldro, un romanzo per non dimenticare – L’estratto

Vent’anni fa l’omicidio di Federico Aldrovandi. La sua storia nel libro di Michele Dalai

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Si intitola "Aldro. Storia di un orrore per bene" il romanzo di Michele Dalai in uscita oggi per Compagnia editoriale Aliberti. Un libro forte e asciutto, scritto con l’aiuto della famiglia Aldrovandi. Per non dimenticare, a distanza di vent’anni, l’omicidio di Federico, ucciso il 25 settembre 2005 ad appena diciotto anni. Il romanzo di Dalai, giornalista milanese, è un atto d’amore nei confronti della verità e della memoria. Proponiamo qui in esclusiva, e per gentile concessione della casa editrice, un estratto dal primo capitolo.

Via Ippodromo è uno di quegli infiniti luoghi della grande provincia italiana in cui ci si conosce tutti e i vicini sanno a che ora sei uscito, quando hai spento la luce e quanto costa la macchina nuova del tizio al civico 2.In un posto così non sono contemplate tragedie e la brava gente della nazione si tiene per mano, si tiene stretta senza mai lasciare nessuno indietro.Federico è morto in via Ippodromo.Tra le cinque e le sei di una mattina di settembre, quando dal letto senti ogni sussurro perché il silenzio è ancora una coperta sicura, quando nessuno può evitare di ascoltare le grida, lo strazio, le botte.Sentire il sangue.Se percorri a ritroso i pochissimi metri dalla targa commemorativa verso via Bologna e alzi la testa, rischi di cocciare contro i balconi delle ultime case, quelle affacciate sullo slargo.Un piccolo, involontario anfiteatro artificiale.Si vede tutto, si sente tutto, quasi nessuno ha visto, nessuno è intervenuto.Federico è stato pestato a morte a pochi metri da divani, salotti, televisori spenti, letti sfatti. C’è qualcosa di terribilmente vero, di involontariamente credibile nel tentativo di depistaggio dei primi giorni, quelli in cui le forze dell’ordine accreditavano e ripetevano la versione della morte per overdose, della droga come causa del decesso.Federico è stato ucciso dalla droga, una droga potentissima e senza possibilità di redenzione o salvezza: la droga del silenzio.Sul corpo martoriato di Federico - colpito a manganellate, calci e pugni -, sono state rilevate cinquantaquattro ferite da trauma.Non l’hanno ucciso, la cinquantacinquesima ferita era nascosta nel cuore che è scoppiato per la pressione, per l’impossibilità di reggere a quel massacro.Le botte fanno rumore ma se sei drogato di silenzio non li senti quei tonfi.Poi la vita ricomincia, via Ippodromo continua a chiamarsi così, mimetizzata per non esistere.La targa che ricorda Federico è quasi del tutto coperta da un rampicante, la patente Federico non l’ha mai presa perché è morto lì, senza disturbare più di tanto il correre del tempo tutto uguale, le giornate identiche, la via immobile.Eppure, se ti affacci da quei balconi, se cammini all’alba lo senti ancora.Il silenzio, quel vuoto tremendo in cui chi c’era ancora annega, la luce fredda dei lampeggianti e un telefono che squilla a vuoto.C’è ancora tutto lì, fermo in quel buco nero, l’unico che se n’è andato è Federico.Lontano da questa via, da quei minuti, dal silenzio.Non si dovrebbe morire in Via Ippodromo, massacrati dalla Polizia, ma succede.Per il resto, basta non disturbare e fare in silenzio.

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