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Cento, il Krav maga per l’autodifesa: «Gli abusi non sono solo fisici»

Nicola Vallese
Cento, il Krav maga per l’autodifesa: «Gli abusi non sono solo fisici»

In dieci mesi ottanta donne hanno chiesto aiuto al Centro

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Cento L’autodifesa, per Letizia Malaguti, non finisce in palestra. «Conosco benissimo come difendersi da un’aggressione fisica, ma riconoscere la manipolazione, il controllo economico, lo stalking digitale non è sempre facile», racconta l’istruttrice centese di Krav maga traditional, che con il progetto “La forza che non ti aspetti” ha scelto di affiancare al lavoro sul corpo un percorso di consapevolezza sulle violenze “invisibili” che attraversano le relazioni. Un percorso che a Cento sta diventando una rete sostenuta dal Comune e dal tessuto associativo locale. Il 2 e 9 dicembre, alla Casa del volontariato di Cento, Malaguti ha ospitato (in collaborazione con Ramo rosa) due incontri riservati agli iscritti ai suoi corsi di autodifesa e a un loro accompagnatore, trasformando l’aula in uno spazio di confronto protetto. Protagoniste, l’avvocato Alessandra Caselli del foro di Bologna e la psicologa e psicoterapeuta Marialucia Minelli del Centro donna giustizia di Ferrara. Circa trenta persone a serata, numero per garantire interazione, domande e racconti di chi è stata vittima di relazioni non sane.

Dai dati portati da Minelli emerge che la maggior parte delle donne che si rivolge ai Centri antiviolenza lo fa per violenza psicologica, mentre gli episodi di aggressione fisica sono numericamente inferiori. Colpisce poi l’abbassamento dell’età di accesso: sempre più richieste riguardano ragazze tra 16 e 24 anni e madri preoccupate per i figli che assistono a dinamiche di controllo in famiglia. Solo a Cento, da gennaio a ottobre, circa 80 donne hanno chiesto aiuto al Centro antiviolenza: in prevalenza italiane, mentre le straniere incontrano ancora ostacoli legati a lingua e cultura.

La scelta di affiancare al Krav maga un lavoro sulle violenze “invisibili” nasce da una ferita vicina: la scorsa estate una cara amica di Malaguti è uscita da una relazione segnata da pesante violenza psicologica. «Io conoscevo entrambi da anni e non mi ero accorta di nulla – ammette –. Alcune cose che lei mi raccontava le avevo sottovalutate anch’io: lì ho capito che mi mancavano gli strumenti per leggere certe dinamiche». Da qui l’idea del progetto: «Non volevo che i miei allievi imparassero solo a parare un colpo. Ho sentito il bisogno di dare strumenti per riconoscere le altre forme di violenza, quelle che non lasciano lividi ma distruggono l’identità di una persona».

Durante gli incontri si è entrati nel cuore dei meccanismi delle relazioni tossiche: dal “love bombing” iniziale, fatto di attenzioni e idealizzazione, alle fasi cicliche di “luna di miele” e punizione, con svalutazione, silenzio punitivo e colpevolizzazione della vittima. Questa altalena emotiva può generare una dipendenza affettiva, paragonabile a quella da sostanze, che rende difficilissimo allontanarsi dal partner. «Un pugno lo riconosci subito come violenza – sintetizza Malaguti – ma la svalutazione continua, il controllo, il gaslighting ti portano a dubitare di te stessa, a non fidarti più del tuo pensiero. È una devastazione emotiva che non si vede da fuori». Amici e familiari possono fare la differenza ascoltando senza giudicare, credendo alla versione della vittima e accompagnandola verso centri antiviolenza, psicologi, avvocati specializzati in violenza di genere. Previsti nei prossimi mesi incontri nelle scuole, dove Malaguti e professionisti parleranno di amore sano, tossicità, violenza economica, digitale e stalking... e le lezioni di autodifesa.

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