Ferrara, lettere minatorie a Nicola Lodi: dimenticate le indagini su due uomini
Per le missive accompagnate da due proiettile che poi la Polizia attribuì a Rossella Arquà
Ferrara Nella prossima udienza, quella del 15 maggio, toccherà a lei, Rossella Arquà, parlare nel processo che la vede imputata per le minacce a Nicola Lodi, il suo ex mentore politico, contenute nelle 8 lettere anonime che aveva lasciato nella sede della Lega, in via Ripagrande, tra aprile e giugno 2021. Una delle vicende più nebulose della storia recente della politica cittadina e nella quale le indagini mostrano buchi e incongruenze, rilevate anche in un udienza.
Una su tutte, venuta a galla ieri nel corso delle deposizioni dell’ex dirigente della Digos, Francesco D’Avino, e di uno degli ispettori che hanno avuto per le mani l’indagine, Rodolfo Trombetta. Si tratta della vicenda legata a due lettere minatorie contro Lodi, accompagnate da due proiettili e diverse da quelle oggi attribuite ad Arquà, perché confezionate non con ritagli di giornale, bensì scritte a mano con l’aiuto di un righello. Una recapitata in Municipio, l’altra bloccata nel centro postale meccanografico di Ferrara.
Da quanto emerso con le domande della difesa (avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile) e del giudice Giuseppe Palasciano (che ha parlato di «omissioni e mancate verbalizzazioni» nell’indagine) la Digos aveva indagato sui proiettili, particolari perché avevano l’ogiva blu. Scoprirono che erano poco diffusi, usati per la caccia di piccoli roditori.
Tramite la bolla di carico di un’armeria, la Digos arrivò a due anziani residenti nel Ferrarese che avevano acquistato quel tipo di proiettili. Non sono mai stati indagati formalmente, ma venne fatta una perquisizione amministrativa e vennero esaminati i tabulati telefonici per vedere se vi fossero collegamenti con via Ripagrande. E poi di loro si dimenticarono: nessun approfondimento ulteriore. Quelle due lettere vennero però attribuite ad Arquà, che le disconobbe (e su quelle è stata archiviata).
L’ex dirigente Digos ha anche detto, con molta onestà, di non ricordare nulla riguardo quei due uomini e le relative attività d’indagine. Ha detto anche di non sapere che, quando indagavano, Arquà era a conoscenza del fatto che fosse pedinata e che ci fossero delle telecamere attive per pizzicare chi mandava quelle lettere. Un particolare che invece Lodi conosceva già in quei frangenti.
Sempre D’Avino ha raccontato dell’acquisizione della chat tra l’ex vicesindaco e Arquà nell’ambito di un procedimento parallelo: non trovarono elementi utili a confermare l’idea di un accordo tra i due, come invece l’imputata aveva lasciato intendere fin da subito e come ancora sostiene.
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