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Stellata, nasce il bianco “3500”: un vino con radici antiche

Stellata, nasce il bianco “3500”: un vino con radici antiche

Nella frazione di Bondeno si è tenuto il battesimo del prodotto ispirato alla Terramara. Parte del ricavato sarà devoluto a sostegno del museo “Ferraresi”

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Stellata È nato ufficialmente un vino che ha radici lontane, lontanissime. Si ricollega, per capirsi, alla storia della Terramara, e ha cercato di essere il più possibile simile al suo “antenato” scoperto qui, che gli studiosi hanno etichettato come il vino più antico d’Italia.

A tenere a battesimo l’iniziativa agricola-commerciale, che porta il nome di “3500. Dalla terra degli antichi” c’erano ieri Stefano Fabbri, con il fratello Alan Fabbri e la sua famiglia, che hanno creduto nella possibilità di realizzare il vino; Mirco Mariotti, Marcello Micai (curatore dell’etichetta), e il sindaco di Bondeno, Simone Saletti. Tra il pubblico, l’ex sindaco matildeo, Fabio Bergamini. L’atmosfera e la luce soffusa della Soffitta di Casa Ariosto, sede del museo di Stellata, non potevano essere cornice migliore per un vino che ha una storia recente, ma al tempo stesso antica.

Stefano Fabbri, per tutti “Fefo”, è un giovane agricoltore che ha scommesso sull’idea di un vigneto, spiega, «creato con un collegamento diretto con i ragazzi del gruppo archeologico. Al museo andrà una parte del ricavato dell’iniziativa».

Mirco Mariotti ha seguito passo passo la cura della vite, che necessita di tre anni di attesa prima di restituire un frutto degno di un vino di qualità. Simone Bergamini (Gruppo Archeologico) ha voluto soffermarsi sul saggio di scavi di Pilastri, diventato in poco tempo un momento di archeologia partecipata, con la collaborazione del Comune e delle Università di Ferrara e Padova, ma soprattutto di un esperto di ceramiche quale Massimo Vidale.

«Di solito – ha detto Bergamini – dai reperti di ceramiche si rilevano acidi grassi riferiti ai cibi, ma la collaborazione con la professoressa Pecci dell’Università di Barcellona ha permesso di rilevare acidi tartarico e malico, che sono tipici di bevande alcoliche». Fatto che confermerebbe il consumo di vino, anche come condimento dei cibi, in un villaggio terramaricolo di 3500 anni fa.

Da qui, il nome del vino presentato ieri. «Sul nostro territorio il vino è una delle Deco presenti nel paniere che abbiamo certificato come Comune – dice il sindaco Saletti – . Raggruppando eccellenze, prodotti coltivati e trasformati. Sul nostro territorio, le aziende agricole iniziarono dal 2007 la vendita diretta al pubblico di prodotti di qualità a chilometro zero. Siamo convinti (e questo vino lo testimonia) che esista una cultura che affianca il tema del cibo».

Per ora, sono state prodotte 2.990 bottiglie del vino “della Terramara”, un bianco a base spumantata, di un vitigno di buona qualità con acidità simile a una Garganega. Il vino sarà acquistabile presso l’azienda agricola produttrice, ma disponibile anche nei bar e nella ristorazione. Parte del ricavato andrà a beneficio del museo “G. Ferraresi” di Stellata.

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