La Nuova Ferrara

Ferrara

Lavoro

Ferrara, rider sfruttati ed esasperati: «Massimo 4 euro a viaggio»

Matteo Ferrati
Ferrara, rider sfruttati ed esasperati: «Massimo 4 euro a viaggio»

Le testimonianze: «Lavoriamo dieci ore al giorno per prendere venti o trenta euro»

4 MINUTI DI LETTURA





Ferrara Dopo Glovo, è il turno di Deliveroo. La Procura di Milano ha disposto in questi giorni il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della famosa compagnia londinese di consegna cibo a domicilio, dopo aver osservato una situazione che sembra a tutti gli effetti di caporalato. Sono 20mila in Italia i rider sfruttati con paghe fino al 90% più basse della soglia di povertà. Il 73% di questi lavoratori percepisce, infatti, uno stipendio lordo mensile con cifre inferiori ai 1.245 euro.

Noi abbiamo sentito quattro rider ferraresi, due dipendenti Glovo e due Deliveroo: ci hanno raccontato la loro quotidianità, quanto percepiscono e il loro stato d’animo.

Le voci

«Io lavoro tutti i giorni, 7 su 7 – dice Wachif Shinwari, rider Deliveroo –. Una consegna viene pagata 3,70 euro. È poco. Se vado più lontano, guadagno 4 euro e non va bene così. In settimana arrivo a prendere 20/30 euro a giornata, mentre il sabato massimo 80 euro (perché c’è più gente che ordina). In una giornata tipo inizio a lavorare alle 10 di mattina e torno a casa alle 15; mi riposo un po’ e riprendo dalle 18 fino alle 23, a volte fino a mezzanotte. Faccio solo questo di lavoro, ma i nostri contratti dovrebbero migliorare». Wachif arriva dal Pakistan; è in Italia da tre anni vissuti fin da principio a Pontelagoscuro.

Anche Muhammad Tayyhb, con cui abbiamo parlato in compagnia di Wachif, è pakistano, ma lavora per Glovo: «Io prendo di meno: 2,75 euro per un servizio. In un mese guadagno circa 800 euro, a volte 1.000 (lordi). Anche io lavoro tutti i giorni e i miei orari sono identici: dalle 10 alle 15 e dalle 18 alle 23. Sono in Italia da due anni e ho sempre fatto questo».

Il terzo rider che abbiamo sentito, anche lui proveniente dal Pakistan e salariato da Deliveroo, è cugino di Wachif e Muhammad. «Lavoriamo 14 o 15 ore al giorno. Noi iniziamo alle 10 della mattina: apriamo l’applicazione e continuiamo fino alle 15 – conferma Abdul Munaf, a Ferrara dal 2020 –. Una consegna dal centro di Ferrara a Malborghetto viene pagata 4 euro e non cambia se usi motorino o bicicletta: non ci sono differenze. Prima questo lavoro pagava bene, adesso no. Entro i 3 o 4 chilometri ti pagano 3,75 euro, al massimo 3,76. Lavoriamo con sole, aria, vento, pioggia, freddo: non guardiamo niente e lo faccio per 15 ore al giorno. Ma non ci pagano nulla. Non siamo contenti come vanno le cose con le piattaforme e devono cambiare tante cose. Faccio questo lavoro con Deliveroo da sei mesi ma vengo da tre anni con Glovo». E conclude dicendo che le aziende «hanno entrambe grosse problematiche, ma con Glovo mi sono trovato peggio: paga un euro in meno a servizio».

Stipendi bassi

Per Glovo lavora anche Shinwari il quale, tra le persone che sono state ascoltate, è il rider che ha un prospetto orario più “umano” ma che percepisce allo stesso tempo lo stipendio più basso. «Io vengo dall’Afghanistan e sono in Italia da un anno – afferma l’afghano –. Lavoro tutta la settimana per 10 ore al giorno, dalle 11 alle 20. Mediamente guadagno dai 13 ai 15 euro in una giornata. Sono davvero pochi soldi ed è molto difficile sopravvivere così. Grazie davvero per esservi interessati a noi». Forse, quando giriamo per strada e vediamo i rider sfrecciare pericolosamente, dovremmo – prima di prendercela (anche giustamente) con loro – pensare alle condizioni e alle logiche lavorative a cui spesso sono costretti a sottostare.

Il mercato del food delivery, soprattutto dopo l’esperienza del Covid, è in continua crescita. Si tratta di un mercato florido e di un lavoro “sicuro”, viste le altissime domande che vengono fatte quotidianamente, soprattutto in città.

Un'indagine su quasi 2.000 consumatori italiani mostra che le consegne a domicilio sono ormai molto diffuse: di questo campione, il 41,1% dichiara di utilizzare piattaforme a tale scopo; e lo fa principalmente per comodità, desiderio di piatti specifici e assenza di tempo.

Ma delle alternative a queste compagnie ed aziende globali ci potrebbero essere; ad esempio, le piattaforme di consegna locali. In questo senso sta lavorando il Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bologna, proprio in queste settimane, attraverso il progetto Bumolds (Business model for local delivery platforms).