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Bentornato Andy Warhol. A Ferrara inaugura “Ladies and Gentlemen” e c’è anche Sgarbi

Nicolas Stochino
Bentornato Andy Warhol. A Ferrara inaugura “Ladies and Gentlemen” e c’è anche Sgarbi

I colori del re della Pop Art invadono le sale di Palazzo Diamanti dopo cinquant’anni e la mostra prende il via: obiettivo eguagliare Chagall

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Ferrara Entrare nelle sale di Palazzo dei Diamanti e trovarsi davanti ai volti di “Ladies and Gentlemen” riporta indietro nel tempo, più precisamente al 1975 quando Ferrara accolse il padre della Pop Art. La nuova mostra “Andy Warhol. Ladies and Gentlemen” non è però una semplice riedizione dell’esposizione di cinquant’anni fa, ma un ritorno a un momento che ha segnato la storia culturale della città, raccontato oggi a chi non c’era. Una mostra di icone, che arriva dopo un risultato record di visitatori registrato per Chagall, e che si pone come obiettivo – almeno – di eguagliarlo. In tanti attendono di immergersi in quelle tinte che hanno segnato il tempo… qualcuno l’ha già fatto in anteprima, anche Vittorio Sgarbi, il critico d’arte e politico che difficilmente perde una mostra nella città estense dov’è presidente della Fondazione Ferrara Arte. E allora dopo la comparsata un mese fa alla Certosa per la rinnovata esposizione della tela “L’Apparizione di San Bruno a Ruggero conte di Sicilia prima della battaglia di Capua” di Giuseppe Avanzi, eccolo anche a Palazzo dei Diamanti. 

La mostra

Il percorso si apre come un viaggio nel tempo. Filmati d’archivio mostrano l’arrivo di Warhol a Ferrara il 25 ottobre 1975: la folla alla conferenza stampa, i fotografi, l’attenzione quasi febbrile attorno a una figura che era già una superstar dell’arte contemporanea. E poi c’è il gesto rimasto nella memoria della mostra: durante l’inaugurazione l’artista strappò i manifesti che coprivano i passaggi tra le sale, aprendo fisicamente il percorso. Un gesto che ritorna oggi, riprodotto come passaggio dalla prima alla seconda sala. Il cuore della mostra è naturalmente il ciclo “Ladies and Gentlemen”, presentato proprio a Ferrara in anteprima mondiale. Warhol aveva appena attraversato un decennio in cui si era concentrato soprattutto al cinema, all’editoria e ad altri media, e tornava alla pittura con un’energia nuova. I colori infatti, risultano sgargianti e innaturali.

Le drag queen

Ma la vera svolta sta nei soggetti. Dopo aver trasformato star come Marilyn Monroe in icone immortali della cultura di massa, Warhol decide di rivolgere lo sguardo a figure anonime: le drag queen afroamericane e latinoamericane della scena underground newyorkese. Davanti alle Polaroid scattate dall’artista si percepisce tutta la teatralità di quelle pose: identità costruite, reinventate, esibite con orgoglio.

Tra le opere che catturano subito lo sguardo c’è il grande ritratto di Wilhelmina Ross – volto della mostra – e quello di Marsha P. Johnson, figura chiave dell’attivismo omosessuale. Attorno, una costellazione di volti che raccontano un mondo lontano dall’Italia degli anni Settanta.

La storia “pop” e un’identità reinventata

La mostra – che sarà visitabile fino al 19 luglio – ricostruisce anche il contesto culturale da cui nacque quel progetto. Dalla serie dedicata a Mao Tse-Tung, dove l’icona politica diventa immagine pop riprodotta all’infinito, fino ai ritratti di Mick Jagger. E poi ci sono le immagini che hanno reso Warhol universalmente riconoscibile: Marilyn Monroe, Liza Minnelli, i volti della celebrità trasformati in superfici piatte e colori artificiali. Guardandole oggi è difficile non pensare a quanto questa estetica abbia anticipato la nostra epoca, dominata da immagini che si moltiplicano sugli schermi. Il percorso culmina con gli autoritratti. Qui Warhol sembra usare il proprio volto come un laboratorio visivo: la fisionomia si moltiplica, si nasconde sotto pattern mimetici, emerge dal nero come una presenza quasi spettrale. «Mi dicono sempre che sono come uno specchio – sono le parole dell’artista riportate in sala –. Ma se uno specchio si guardasse allo specchio cosa vedrebbe?».

Passeggiando tra queste opere viene spontaneo pensare che Warhol stesse già riflettendo su qualcosa che oggi ci riguarda da vicino: l’identità come immagine continuamente reinventata. Con la differenza che la sua era una visione artistica unica e innovativa, quella di oggi invece si basa su una “sola” apparenza social. Cinquant’anni dopo quella mostra che portò la Factory dentro le mura rinascimentali, lo storico palazzo ferrarese torna a riempirsi degli stessi colori.

Per chi non ha vissuto quell’evento storico, questa esposizione offre la possibilità di immaginare cosa deve essere stato vedere, per la prima volta, quei volti esplodere sulle pareti del palazzo. E allora, ladies and gentlemen, ecco il ritorno di Andy Warhol

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