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Goro, “Al Barin” diventa Bottega storica. Il titolare: «È per i miei genitori»

Matteo Ferrati
Goro, “Al Barin” diventa Bottega storica. Il titolare: «È per i miei genitori»

Il bar spegne 60 candeline in aprile: «Dal ’66 non ci siamo mai fermati»

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Goro “Al Barin” di Filippo Curti, attività di bar a Goro (via Provinciale n. 72), compirà 60 anni il prossimo mese di aprile. E in questi giorni è ufficialmente entrato a far parte delle “Botteghe storiche” del Comune di Goro: un riconoscimento per il grande impegno di una vita e per il valore storico e comunitario del bar. «La nostra attività va avanti dall’aprile del 1966; ho richiesto l’iscrizione all’albo comunale perché mia mamma e mio papà sono ancora vivi e l’ho fatto per loro – dice il figlio e titolare, Filippo Curti –. Penso sia una cosa a loro gradita: facciamo 60 anni quest’anno e metteremo fuori dal locale la targhetta che ci attesta come bottega storica. Vista la fatica di questo lavoro, è una cosa che ci rende orgogliosi». Abbiamo proposto a Filippo Curti un piccolo tuffo nel passato con alcune domande, per delineare il percorso in questi lunghi 60 anni.

Come è iniziata la vita di questa storica attività?

«Mio papà, Celestino Curti, era un musicista – prosegue il titolare –: è stato il primo trombettista di Milva (la grande cantante e attrice soprannominata “La Pantera di Goro”, ndr). Il complesso si chiamava “Il sestetto Adriatico” e andavamo in Svizzera, a Riccione… Poi mio padre si è ammalato e ha dovuto smettere di fare musica. I miei decisero allora (scelta coraggiosa) di aprire il piccolo bar, che al tempo era leggermente fuori Goro, mentre oggi è diventato il centro del paese. Da quel momento siamo partiti e non ci siamo più fermati. L’intestataria è stata fin da subito mia mamma, Attilia Branchi».

E nel vostro bar cosa proponete?

«Al tempo era un bar di passaggio nella periferia di Goro; avevamo la fortuna di avere accanto l’azienda ittica di Ribes, una piccola fabbrica del pesce, per cui facevamo anche il servizio notturno: quando arrivavano i camion di pesce dalla Francia, avevamo il campanello come i Vigili del fuoco. Ci suonava e mia mamma scendeva a fare il caffè per tutti. Non era così facile lavorare come adesso. Tra l’altro ho ancora la licenza dell’epoca “per gli spiriti”: non significa che vendevamo fantasmi, ma il termine indicava la vendita di bevande alcoliche. Insomma, siamo sempre stati un bar di passaggio e gelateria. Io continuo a fare tuttora i gelati e penso che siano ancora piuttosto buoni!».

E i suoi genitori?

«Continuano a vivere il bar. Mio papà ha 91 anni e mia mamma 89; scendono ancora a prendere il caffè e si fanno vedere. Nel 1977 sono diventato titolare e con me adesso lavora mio figlio: è stato un passaggio generazionale».

Avete festeggiamenti in programma?

«Quando arriverà l’anniversario penso che faremo una magliettina per i nostri clienti con scritto “Al barin: 60 anni”, come avevamo fatto per il 50esimo anno. Però non ci sarà niente di pomposo: faremo cose molto tranquille, come siamo noi».

Al Barin ha anche un grande valore culturale per Goro e i suoi cittadini: è depositario di storie, di persone, di eventi raccontati nelle fotografie appese alle sue pareti. Complimenti allora al piccolo bar questo importante riconoscimento e tanti auguri per i suoi imminenti 60 anni di attività.