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Porto Garibaldi, i pescatori: «Il caro gasolio uccide la pesca»

Katia Romagnoli
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Goro e Porto Garibaldi Prezzo del gasolio schizzato alle stelle, con il mondo della pesca in fermento e con il rischio concreto di uscite in mare in perdita. È questa la fotografia che ritrae un settore già in crisi, schiacciato ulteriormente, in queste settimane, dalla morsa dei costi energetici. Il caro-gasolio rischia di produrre ricadute pesanti sulle imprese ittiche e, con effetto domino, sui consumatori.

I costi

Secondo un’analisi di Confcooperative Fedagripesca, uscire in mare può arrivare a costare fino a oltre 1.100 euro in più al giorno rispetto al passato. Il prezzo del gasolio destinato alla pesca ha infatti superato 1,12 euro al litro, contro gli 0,75 euro registrati prima delle tensioni internazionali in Medio Oriente. Un balzo che pesa in modo significativo sui bilanci delle marinerie. L’impatto varia a seconda delle dimensioni delle imbarcazioni. «Per la piccola pesca – spiega Vadis Paesanti, vicepresidente di Confcooperative Fedagripesca Emilia-Romagna -, con serbatoi che si aggirano attorno ai mille litri, si parla di circa 100 euro in più al giorno di spese per ogni giorno in mare. Ma per le barche di medie e grandi dimensioni la situazione diventa anche più critica: per i pescherecci tra i 17 e i 21 metri, ogni uscita può costare tra 185 e 555 euro in più, mentre per le imbarcazioni oltre i 24 metri i rincari settimanali possono arrivare fino a 4.400 euro. Il caro gasolio ci uccide».
Una pressione economica che, inevitabilmente, si riflette lungo tutta la filiera. Il rischio è quello di un aumento dei prezzi al consumo dei prodotti ittici, che secondo le stime potrebbe arrivare fino al +30% per alcune specie.

La decisione

Tuttavia, a monte, i margini dei pescatori restano estremamente ridotti, rendendo difficile assorbire gli aumenti senza ridurre l’attività. Non a caso, anche nelle marinerie locali, di Porto Garibaldi e Goro, si sta già assistendo a una diminuzione delle uscite in mare. «I rischi si riflettono, purtroppo, su tutta la filiera, sino all’ultimo anello della catena, che è il consumatore – prosegue Pesanti -, perché le stime parlano di un rischio di aumento dei prezzi fino al 30%». Una strategia che però comporta un calo della produzione e, giocoforza, dei ricavi. Il caro-gasolio si somma ad un’altra criticità, che affligge il mondo della pesca e della molluschicoltura locale, dovuto all’invasione del granchio blu e alla scarsità del pescato. «Le barche escono due giorni alla settimana, anziché i quattro previsti da calendario – spiega Mauro Gennari, presidente della cooperativa Isperia di Goro –, perché tra le spese per il gasolio, quelle per il marinaio e la manutenzione resta ben poco guadagno. Se in quattro giorni i ricavi netti possono arrivare a 1. 000 euro, uscendone solo due bisogna accontentarsi della metà, ma da quella cifra vanno comunque sottratte tutte le spese, per il dipendente, per il cantiere e, naturalmente, per il carburante».

Difficoltà

L’impennata dei prezzi del carburante, ha eroso ulteriormente i margini di guadagno delle imprese. A questo si aggiunge la difficoltà di catturare quantità discrete di pesce. «Si pesca poco, perché i pesci, in questo periodo di fine inverno, restano al largo – prosegue Gennari –. Si sta mostrando un’annata discreta per le canocchie ma per il resto bisogna adattarsi. Se peschiamo 6 o 10 chili di seppie, dobbiamo accontentarci».

Attualmente, le canocchie vengono pagate dal mercato ittico ai pescatori tra i 9 e i 10 euro al chilo, mentre le seppie si attestano sui 10 euro al chilogrammo. Prezzi che, però, non bastano a compensare l’aumento dei costi operativi. In attesa di un miglioramento delle condizioni, tra caro carburante e incertezza del pescato, i pescatori continuano a uscire in mare “a tentativi”, nella speranza che la stagione primaverile possa riportare equilibrio. Ma senza un’inversione di tendenza, il rischio è quello che sempre più imbarcazioni, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, possano stare ferme in porto. 


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