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Il caso

Morto soffocato in carcere a Ferrara: «Famiglia avvisata dopo tre giorni»

Daniele Oppo
Morto soffocato in carcere a Ferrara: «Famiglia avvisata dopo tre giorni»

I parenti assistiti dall’avvocato Anselmo: «Non è un incidente isolato»

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Ferrara Mentre da tre giorni il corpo di Arcangelo Ferrigno giaceva nelle celle frigorifere dell’Istituto di medicina legale, i suoi familiari non avevano ancora idea che fosse morto. Ferrigno, 55 anni, detenuto nel carcere di Ferrara, la sera di sabato 14 marzo è morto soffocato dopo che un boccone di carne gli ha invaso le vie respiratorie.

La madre lo ha scoperto solo il lunedì successivo, quando i carabinieri hanno bussato alla porta di casa per comunicarle la notizia. E così la notizia è arrivata al figlio di Ferrigno, Gaetano, che martedì ha mandato una lettera manoscritta al carcere di Ferrara: «Chiedo tutta la documentazione con le dovute relazioni in merito al decesso di mio padre avvenuto presso la vostra casa circondariale in data 14 marzo e comunicata ai fratelli solo tre giorni dopo, senza sufficienti informazioni». Nel frattempo sulla morte di suo padre si era già attivata la Procura disponendo l’autopsia per accertare la causa del decesso. Prima verrà effettuata una Tac total body in programma martedì prossimo, per indagare sulla presenza di lesioni interne.
             
La famiglia si è rivolta a un legale, l’avvocato Fabio Anselmo, affinché l’assista in questi passaggi. È stato nominato anche un consulente di parte, il medico legale Adriano Tagliabracci, di Ancona. «Ma qui non è solo questione di causa – commenta il legale –, è questione di trattamento, perché una persona detenuta resta una persona, con diritti che non possono essere sospesi insieme alla libertà. Quella lettera è un atto minimo, ma racconta molto. Racconta di uno Stato che si muove con velocità diverse, attento quando deve difendere sé stesso, lento quando deve rendere conto a chi non ha strumenti, visibilità o forza per farsi ascoltare».

Secondo Anselmo «non è un incidente isolato, è una normalità che si consolida. I detenuti diventano numeri, le famiglie diventano pratiche, il tempo diventa un dettaglio. E in questo scarto si misura la distanza tra la legge scritta e quella applicata. Chiedere cosa sia successo è un diritto. Chiedere perché ci siano voluti tre giorni è dovere civile. E non si può liquidare tutto con la complessità delle procedure. Il punto – conclude l’avvocato – è che in questo Paese la dignità non è ancora uguale per tutti». 

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