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I ricordi

Il vento federalista soffia su Ferrara: «Ciao Umberto, un padre politico»

Francesco Dondi, Sergio Armanino
Il vento federalista soffia su Ferrara: «Ciao Umberto, un padre politico»

Il sindaco Fabbri: «Lui è stato la Lega per me. Quella volta al J&J quando ero un ragazzino». Giovanni Cavicchi: «Lo ascoltai una sera arrivai alla sede della Lega e presi la tessera»

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Ferrara Dici Lega nel Ferrarese e pensi subito al sindaco Alan Fabbri, cresciuto nel solco della Lega Nord di Umberto Bossi, protagonista in città nel 2009 di fronte a centinaia di persone e a Diamantina nel 2013 quando incontrò anche i genitori di Nicola Cavicchi, vittima del terremoto: «Lui era la Lega per me, giovane militante - dice commosso Fabbri -. I valori che ha portato sono ancora nel nostro mondo attuale: il Nord laborioso, la tutela delle partite Iva, autonomia, l’opposizione all’immigrazione clandestina. Lui parlava e ti portava dentro al suo movimento». Si entra poi nel mondo dei ricordi, quelli più intimi: «Eravamo una sera al J&J per un evento, io avrò avuto sì e no 20 anni e lessi un intervento. Bossi si rivolse a me e bonariamente disse "eh, i giovani padani". Nel giorno della festa del papà posso dire che ho perso il padre politico».

Ricordi

«Ho un nodo in gola, io ero di quella Lega». Francesca Cavicchi è stata una "pasionaria verde" della prima ora, respirando quegli anni di fermento, condivisibili o meno, ma autentici, di rottura, che l’Italia d’inizio anni Novanta aveva iniziato a scoprire assieme al volto di Umberto Bossi. Un personaggio divisivo, certo, ma che non poteva che lasciare un segno: «Ho preso la tessera della Lega Nord nella primavera del 1995 - riprende Francesca -, ho conosciuto Bossi a dicembre e cenato con lui all’hotel de la Ville, di fronte alla stazione: avevo vent’anni e non ho dormito per giorni per l’emozione. Bossi è stato l’ispiratore di ideali, un gran lavoratore, anche se lo dipingevano in ben altro modo, era stato anche iscritto a Medicina, suonava in una band con Maroni... una persona eclettica. Uno che è sempre stato fatto passare per essere alcolista, invece beveva della gran Coca-Cola, al limite ogni tanto un rum, sempre con il suo sigaro. Era molto molto simpatico, uno spirito carismatico pazzesco, che i politici di oggi si sognano. Credeva nel federalismo per davvero, poi c’è stato chi ha cavalcato un’onda xenofoba, ma la questione del meridione era un modo di andare contro il sistema, non certo contro la gente, aveva anche la moglie siciliana... Bossi è quello che ha fatto parlare di federalismo in Italia e nei libri di storia è quello che si scriverà».

Ricordi che si accavallano mentre Francesca attraversa il cortile per passare il telefono a papà Giovanni, storico consigliere comunale del Carroccio: «Lui ancora della Lega - precisa ancora Francesca -, per me questa e quella sono distinte: la Padania federalista c’era allora, oggi sono tutti statalisti.... Un’ultima cosa: per me Bossi è stato il capro espiatorio dei famosi 49 milioni, ma non li ha certo intascati lui» .Ed eccolo Giovanni Cavicchi, alla soglia degli 82 anni: «Il mio rapporto con Bossi è stato ottimo finché ha calcato le scene, poi ci siamo persi di vista. Di Bossi mi è piaciuta la naturalezza, il suo venire su dal popolo, il rivoluzionario, perché allora lo era. Prima ero un democristiano, ma sono passato attraverso la goliardia e ho visto questo velo di libertà sollevarsi e andar contro il potere costituito: in Bossi ho visto questo. Nel ’93 lo sono andato a sentire all’hotel Duchessa Isabella, poi, dopo la cena ho raggiunto a piedi via Olimpia Morata, dove la Lega aveva la sede in un garage, e ho preso la tessera».

Tempi pionieristici, anche a tinte forti: «Poi è iniziata l’attività - riprende Cavicchi -, con i personaggi più strani, le idee erano tante e confuse. Mi hanno anche picchiato a un banchetto in via San Romano, fu uno di un centro sociale...». La chiusura è ancora per il leader di un Carroccio a cui Cavicchi è rimasto legato, al suo leader storico: «Bossi è stato un grandissimo, ha avuto come collaboratori figure notevoli, Miglio era la linea tracciante, l’ideologo, ma anche Giorgetti, il ministro dell’economia, è una sua creatura, non dimentichiamocelo, e Maroni lo stesso. Io me lo custodisco nel cuore e mi dispiace tanto, tanti altri hanno contribuito a offuscarne la figura».