Tinto Brass, dall’università di Ferrara al cinema
Prospettiva Unife: parte la rubrica di interviste a ex studenti dell’Ateneo oggi affermati. Il cineasta si laureò in Giurisprudenza: «Uscii con il minimo»
Ferrara Si apre con uno dei più grandi maestri del cinema italiano la rubrica “Prospettiva Unife”: dieci interviste a dieci persone che troverete sul giornale per i prossimi dieci mercoledì; occasioni di dialogo con uomini e donne che, passando per l’Università di Ferrara, hanno raggiunto ruoli lavorativi o di ricerca prestigiosi.
Tinto Brass ride. 93 anni fra due mesi, lo stesso sguardo vigile e sornione di sempre, seduto sul divano del grande salotto della sua villa di Isola Farnese, campagna a pochi chilometri da Roma, uno degli ultimi maestri del cinema italiano reagisce così alle domande su un passato che lo riporta indietro di quasi 70 anni. Intorno a noi manifesti dei suoi film, di una improbabile campagna elettorale per una candidatura col Partito radicale, molti oggetti di scena che vengono dal set di Caligola fra cui spicca, su un tavolo di legno massello, un enorme fallo di terracotta. «L’università a Ferrara? Non ricordo molto, credetemi. Però…».
Però?
«Ma non so se posso dirlo ora. I tempi sono cambiati, la sensibilità anche».
Lo dica, a 93 anni diciamo che è dispensato.
«Autunno 1957, stava per entrare in vigore la legge Merlin. Oggi nessuno sa nemmeno cos’è. Comunque, a Venezia le case chiuse erano scomparse, a Ferrara ancora no. Io ero uno studente all’ultimo anno di Giurisprudenza, c’erano un paio di esami ostici che a Padova non riuscivo a superare, scelsi di trasferirmi a Ferrara per finire, laurearmi. Diciamo che ci fu una concausa». E ride.
Giurisprudenza, perché?
«Mio padre, Alessandro Brass, era un grande penalista, durante il fascismo era stato vicepodestà di Venezia. A 17 anni me ne ero andato via di casa, stavo alla Giudecca e i miei a San Trovaso, di là dal canale. Dopo la maturità classica al Marco Polo, rimandato a settembre in matematica e italiano, avevo deciso di fare quello che lui si aspettava. Solo che non mi voleva dare soldi, così è stata mia madre a pagarmi gli studi, prima a Padova e poi a Ferrara, ma non potevo permettermi una casa, facevo il pendolare. In treno, terza classe, viaggiavo quasi gratis».
Alla laurea ci è arrivato.
«Sì con il minimo, a Ferrara. Ho dato l’esame da procuratore e ho iniziato a lavorare con mio padre. È durato un mese, poi sono stato espulso dal tribunale perché mi ero presentato in camicia, senza giacca». Negli occhi gli passa un lampo di soddisfazione, sorride.
E poi che ha fatto?
«Sono partito per Parigi. Sono andato alla cinematéque nationale, facevo archivio e proiezionista. È lì che ho scoperto la Nouvelle vague. Il cinema francese mi ha ispirato, avrei voluto dirigere io certi film di Godard. È lì che l’amore per il cinema ha preso il sopravvento su tutto, lo covavo dentro di me da Venezia, dalla Mostra del cinema, dai manifesti che vedevo, soprattutto quelli di Totò, ma a Parigi capii che sarebbe stato il mio destino. Io sono il veneziano doc del cinema francese».
A un giovane che oggi volesse fare il regista, lavorare nel cinema, che direbbe?
«Di assecondare le sue passioni, di coltivarle. E di andare all’estero, viaggiare. Perché è viaggiando che si incontrano persone che possono cambiarti la vita. Per me è stato così. A Parigi ho conosciuto Rossellini, la sua compagna Ingrid Bergman, ho fatto da baby-sitter a Isabella e suo fratello Robertino. Ne abbiamo parlato e riso a ottobre alla Mostra del cinema, a Venezia».
Certo studiare Legge e fare il regista non sembrano due cose che stanno insieme.
«Sbagliato. Giurisprudenza mi ha instillato un senso del Diritto e della Giustizia che poi sono diventati parte essenziale del mio cinema, del mio modo di vedere nel fare sesso una sorta di ricerca della libertà e quindi della giustizia. Ci pensi bene e mi dica che non è così. Senza contare i vantaggi in certe mie battaglie».
Battaglie?
«Contro la censura e in tribunale. Ci sono finito dopo ogni film. Le memorie difensive, argomentate, piene di richiami ai codici, al Diritto, con la D maiuscola, me le sono sempre scritte da solo. Certo poi le discuteva in commissione censura il mio amico e legale Vincenzo Siniscalchi. Anche perché mi avevano cacciato durante una riunione».
Cacciato? Anche da lì?
«Non avevo retto a certe argomentazioni bacchettone, irricevibili».
Lei ha diretto film con donne bellissime, Vanessa Redgrave, Silvana Mangano, Debora Caprioglio, Stefania Sandrelli... Ha mai pensato di usare anche altri personaggi famosi?
«Certo, avevo chiesto a Roberto Rossellini di fare l’attore in un mio film e ha rifiutato. Mi sarebbe piaciuto anche dirigere l’avvocato Agnelli, però non gliel’ho mai chiesto».
E Giorgia Meloni ce la vedrebbe in un suo film?
«Ma no! Mai! Per carità!».
Ha girato in molte città, Venezia in testa, ma non a Ferrara, perché?
«Ci sono tornato solo una volta a prendere il diploma molti anni dopo. Non lo avevo ritirato. Quando mi ci sono laureato la immaginavo come una città godereccia, però non si è mai presentata l’occasione per usarla come set».
Oggi che film farebbe?
«Uno su me stesso, su questi anni diciamo finali. La sceneggiatura c’è già, si chiama ‘Vertigini’».l
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