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La storia

Marisa, una volontaria instancabile: a 95 anni dedica ancora tempo al Barco

Stefania Andreotti
Marisa, una volontaria instancabile: a 95 anni dedica ancora tempo al Barco

Ogni giorno va al centro sociale di cui è vice presidente per aiutare anche al bar

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Ferrara «Vengo qui ogni giorno, do una mano alla fortuna che mi ha fatto arrivare fino a questa età», racconta con entusiasmo e spontaneità Marisa Plazzi ha 95 anni, anche se niente lo farebbe pensare. Durante la settimana è in turno al bar del centro sociale Il Barco, di cui è vicepresidente. Dopo la pensione e la perdita del marito, ha scelto di dedicarsi al volontariato e alle attività sociali.

Il centro sociale

«Questa è la mia seconda casa, sono più qui che nel mio appartamento. Dare una mano mi gratifica, poi ci sono gli amici, una presenza preziosa che riempie il vuoto lasciato da mio marito. Non avendo figli ho pensato che, finché avrò la testa per gestirmi e le gambe per muovermi, cercherò di spendermi per gli altri. Il mio carattere mi porta a stare in mezzo alla gente, a socializzare». Amicizie, volontariato, ma anche studio. Oltre al centro Marisa frequenta infatti l’Università Popolare per la terza età dell’Auser di Santa Maria Maddalena. «Aumentare le conoscenze allena la memoria e mantiene sani, imparare assieme alle altre persone è sempre piacevole. È un ambiente sereno, le lezioni sono varie e interessanti, dall’arte alla biologia, così la mente rimane aperta. È un piacere anche se me ne rimane la metà, perché la testa non è più quella di una volta, ma seguo con molta attenzione le slide, si dice così giusto? Anche questa è una cosa nuova che ho imparato». Marisa ha la bellezza delle donne intelligenti e curiose, e un’eleganza innata, che non deriva solo dall’abbigliamento, ma dai modi, dalla grazia delle sue parole. «Prima di tutto devo piacere a me stessa», si schernisce.

I viaggi

«Un’altra cosa che dà vita alla mia vita sono i viaggi», dice con in mano il programma della prossima gita al lago di Bolsena. «Lo scorso ottobre sono stata in Portogallo, la mia ultima esperienza all’estero, perché nonostante tutto cerco di essere coerente con l’età e tenere conto della mia fragilità». Anche se appare tutt’altro che fragile. «Ogni mattina quando apro gli occhi provo un senso di gratitudine, penso che sia una fortuna esserci. Non mi sono data dei tempi, vivo il quotidiano molto serenamente. La vecchiaia ti porta questo: mi alzo e non penso questo è l’ultimo giorno, ma oggi è un giorno da vivere, siccome non sappiamo quando scade la nostra cambiale, come diceva mio papà».

La vita in rosa

Nata il 24 settembre 1930, i prossimi sono 96, «ma non mi pesano perché l’età è un numero, non ho mai saputo dove abita la noia. Cerco di vivere con ironia, per vedere la vita sempre più rosa. La mia vitalità mi ha sempre spinto a fare e imparare cose nuove. A questa età ti analizzi e ti accorgi quanto sia bello invecchiare, perché non devi più giustificare niente a nessuno, devi solo essere serena e vivere il tuo giorno».

Marisa ha sempre guidato, «ma ora ho rinunciato alla patente, l’ho fatto a cuor leggero perché mi rendo conto che c’è un tempo per ogni cosa. Non avevo più i riflessi pronti e la sicurezza di un tempo, ho rinunciato anche alla graziella vinta 50 anni fa da mia mamma ad una tombola: ha un grande valore sentimentale, ma non ho più la stabilità per usarla». Non ama parlare di sé, si emoziona nel farlo, ma ogni aneddoto è il pezzo di una storia tanto personale, quando di un’epoca.

L’incubo della guerra

«Abbiamo conosciuto la guerra e la fame. Ricordo i bombardamenti, il rifugio, noi eravamo in quello della fabbrica Fer. Poi una mattina sono venuti a dirci che la guerra era finita, siamo usciti e abbiamo visto un mondo nuovo. Anche se ero piccola mi sono resa conto dell’immensità di quel momento. Potevamo tornare a dormire senza l’incubo dei bombardamenti. Adesso questo incubo c’è di nuovo ed è una cosa bruttissima».

Marisa ha attraversato anni di importanti conquiste femminili. «Nell’arco della mia vita ho potuto vedere gli importanti traguardi raggiunti dalle donne, come il diritto al voto: mi sono sentita così orgogliosa, come donna e come moglie, l’ho sempre ritenevo un dovere. Non tutti si rendono conto della libertà che abbiamo in Italia e tuttora vado a votare per poter esprimere le mie idee che non cambierà mai nessuno». È sempre stata una lavoratrice, prima per necessità poi per la propria autonomia: a 15 anni, subito dopo la guerra, in risaia come mondina partendo con un treno attraverso ponti bombardati, poi operaia in un magazzino ortofrutticolo.

I valori famigliari

Seconda di sette fratelli, ha avuto un forte legame con la famiglia. «Vivevamo al borgo di San Luca dove ci si conosceva tutti, non c’era l’anonimato del centro città. Mio padre era un operatore ecologico, cioè al paciugar e ci manteneva tutti con grande orgoglio e umiltà. Nonostante le sofferenze, i sacrifici e la fame, ci ha insegnato che dovevamo essere rispettosi e puliti, anche col sapone da bucato, ci dovevamo lavare per la nostra dignità. Eravamo poveri, ma onesti, questa è la saggezza che ci ha trasmesso. Nonostante la miseria, ricordo il calore e la serenità della mia famiglia, dove le fatiche si spartivano. Poi abbiamo iniziato a lavorare tutti, non ci davano la paghetta, ma eravamo noi che la portavamo a casa. Mio fratello faceva il calzolaio, io ho iniziato a lavorare come mondina e non ci mancava più il pane, che mia madre teneva sottochiave nella credenza sennò spariva. Da adulta sono stata felice di potermi occupare dei miei genitori per restituire loro tutto quello che ci hanno dato».

Il bello della vita

«A questa età ci si interroga sulla morte, ma è inutile pensarci, perché verrà quando verrà. Non ho desideri da esprimere perché mi rendo conto che sto arrivando al capolinea e cerco solo di realizzare, giorno per giorno, quello che mi piace di più. Mi preparo i miei mangiarini, stiro, cammino un’ora al giorno, vado a fare colazione al bar con le amiche, vengo al centro, festeggio i compleanni al ristorante, cerco di avere una vita varia, sto attenta a spenderla al meglio, perché non so cosa accadrà domani. Anche se le forze vengono meno, bisogna trovarle, mettersi un po’ in competizione con sé stessi».

E infine, un auspicio. «Mi piacerebbe lasciare a familiari e amici un ricordo di me che possa stimolare a vivere questa vita al meglio apprezzando ogni istante con gioia e serenità».